Il XV Convegno Liturgico Internazionale, appena conclusosi a Bose, smentisce le considerazioni con cui ci si era salutati lo scorso anno. Il ciclo di convegni, che dal 2003 si collocano fra le esperienze più significative riguardanti le tematiche dell’architettura per la liturgia, sembrava aver raggiunto una dichiarata conclusione tematica avendo ormai affrontato negli anni gli argomenti più cruciali riguardanti gli spazi per la liturgia.

La scelta di dare un respiro più ampio alle tematiche da affrontare pare aver conferito nuova linfa e vitalità al convegno; il paradigma che lo intitola “Abitare/Celebrare/Trasformare” racchiude infatti i significati più intrinseci relativi al fare chiesa e al costruire una chiesa, ma lascia spazio a considerazioni più ampie e multidisciplinari.

Le relazioni sono state declinate attraverso approcci di ordine filosofico/culturale (Carla Danani, Luigi Bartolomei) o attraverso esempi di esperienze concrete (Aaron Werbick & Gerald Klahr, Jean-Françoise Pousse & Philippe Markiewicz, Mario Cucinella). Interessanti i contributi degli altri relatori chiamati a partecipare (Dario Vitali, Valerio Pennasso, Louis-Marie Chauvet, Kristell Köhler & Albert Gherards). Degni di gran nota gli interventi conclusivi degli architetti Mario Cucinella e Carlo Ratti.

Dalle relazioni e dagli interventi, se il profilo dell’architettura risulta spesso poco incisivo, emerge invece chiara e distinta la necessità di un fare chiesa, e quindi architettura, basata su una partecipazione attiva degli attori coinvolti. Impelle la necessità di creare una rete di relazioni, codificate da parametri partecipativi, in modo che ognuno sia coinvolto nel processo del fare chiesa, in senso più o meno pratico. Una possibile via, che si evince fra le varie relazioni, è quella di una nuova metodologia dell’ascolto, che veda poste le giuste domande e che abbia i mezzi per interpretare i feedback della comunità.

Interessante la presenza del gruppo dei giovani partecipanti al CLI/LAB tenutosi a Bose a febbraio. Dopo selezione, ventitré professionisti (architetti, artisti e ingegneri) under 35, coordinati dai tutores (Andrea Longhi, Luigi Bartolomei, Stefano Biancu e alcuni monaci della comunità di Bose), si sono misurati con le tematiche “abitare/celebrare/trasformare” portando al convegno il frutto delle loro considerazioni maturate durante il laboratorio, ma anche tante domande e spunti di riflessione che hanno coinvolto attivamente non solo i relatori ma anche e soprattutto i partecipanti, lasciando in giro il sentore che le esperienze di Bose sono tutt’altro che concluse.  

 

Emanuele Cavallini, Francesca Daprà, Giulia De Lucia, Marco Riso



Foto tratte dal sito http://www.monasterodibose.it/



 

I lavori del laboratorio CLI/LAB

 

TRASFORMARE

Le considerazioni in merito al verbo del trasformare, così attuale nelle recenti attività di adeguamenti liturgici o di operazioni di dismissione e di cambio di destinazione d’uso, sono state declinate all’interno del CLI/LAB come un insieme polisemantico e fortemente interdipendente. L’azione trasformativa apre ad un campo aperto di riflessioni su un nuovo modo di pensare la chiesa, e soprattutto su un nuovo modo di offrirla alle comunità, che avvertono sempre di più uno scollamento, un momento di crisi, nel ritrovarsi nel luogo chiesa. Il lavoro del laboratorio non si è diretto verso una risoluzione di questi problemi, nuovi anche per le tematiche del convegno, piuttosto ha cercato di aprire quesiti e spunti di riflessione a partire da casi concreti di differente genere, dall’adeguamento al riuso degli edifici per il culto. I casi studio sono stati utilizzati come punto di partenza per analizzare le condizioni che conducono a necessarie trasformazioni, siano esse circostanze ecclesiali, urbanistiche e sociali, e la successiva modalità trasformativa attuata e/o attuabile. Unanime il parere che la conseguenza trasformativa non debba tradire le capacità comunicative e simboliche proprie dei luoghi di fede, emerge, anche in sede laboratoriale, l’importanza di un’azione comune, di una politica di ascolto, dove si è tutti attori, ognuno secondo competenza, dei processi di trasformazione. Particolare rilevanza è stata assegnata alla produzione artigianale, come veicolo di significati e generatore di rapporti di relazione, come possibilità di trasformazioni coerenti e consapevoli. I concetti declinati durante il laboratorio assumono durante il convegno la semplificazione grafica di un asterisco, ad indicare non solo il confluire di un ventaglio potenzialmente infinito di problematiche nel verbo trasformare, ma anche che l’azione propria di trasformazione è sempre di rimando a qualcosa di più complesso e, per questo, necessaria di un asterisco. *

 

 

ARCHITETTURE QUOTIDIANE

Lo studio delle architetture delle chiese e dei complessi parrocchiali si avvale, solitamente, di documentazione fotografica e grafica prodotta dai progettisti o dai committenti per presentare immagini “pulite” dell’opera, colta al momento della sua consegna alla comunità, considerata quindi – in una prospettiva di “autorialità” – nel momento migliore, ossia il più vicino al volere dei progettisti e dei committenti stessi.

Se consideriamo invece l’architettura ecclesiale come “processo”, e non solo come manufatto finito, sarebbe interessante documentare, indagare e capire anche le dinamiche che portano alla realizzazione “finita” (il cantiere, la costruzione) e alla sua continua trasformazione nel momento in cui è abitata dalla comunità, dai visitatori, dai passanti, dai cittadini del quartiere ecc.

L’attività ha voluto stimolare una riflessione, grazie all’evidenza di immagini fotografiche, sul rapporto che lega il progetto di architettura dei complessi parrocchiali come cantieri (edilizi, ma permanenti) e come spazio di abitazione della comunità.

Un piccolo archivio di immagini,  aperto e da ampliarsi nel tempo, è stato presentato in modo strutturato per invitare a osservare l’architettura nel suo continuo processo di trasformazione e adattamento: immagini che raccontano la vita delle architetture, le loro trasformazioni nel tempo, la dinamicità delle esigenze che le coinvolgono. Immagini diverse da quelle che sono solitamente usate per raccontare i progetti di architettura, dove gli spazi sono ritratti nella loro integrità iniziale, un momento prima di essere abitati. Alcune categorie ricorrenti sono emerse dalle immagini: da una parte i momenti trasformativi, quelle azioni che avvengono per un periodo di tempo limitato, proprie della comunità e talvolta di dubbia consonanza con lo spazio che occupano. Dall’altra le vere e proprie trasformazioni permanenti, avvenute per bisogni funzionali o culturali, nel senso più ampio del termine, che rispondono a un bisogno di umanizzare, rendere ospitale e far comunicare lo spazio. Il lavoro lascia dunque aperta la riflessione su quanto l’architetto debba ascoltare la voce della comunità e quanto, a sua volta, la comunità debba imparare a comprendere l’architettura contemporanea, senza snaturarla.

CELEBRARE – VISUALIZZARE IL LIMITE

Nell’ambito del laboratorio di preparazione al convegno, interrogandosi e riflettendo sull’argomento del celebrare, ci siamo concentrati sul concetto di limite come spazio di intersezione, confronto e dialogo, del fare chiesa, mettendo in atto una metodologia che ci ha portato a definire lo spazio della chiesa con quattro parole: SEPARAZIONE, COINVOLGIMENTO, CAMMINO, SCOPERTA.

La metodologia applicata in fase di laboratorio attraverso i processi di ATTIVAZIONE, CONDIVISIONE e PARTECIPAZIONE è stata proposta ai partecipanti del CLI. Per realizzare il progetto di condivisione è stato richiesto di uscire dagli schemi convenzionali e trovare un modo di raccogliere dati che fossero allo stesso tempo chiari, leggibili e flessibili.

Per coinvolgere i partecipanti e raggiungere una prima sintesi formale, è stato fornito, insieme al materiale del seminario, lo schema della chiesa di St. Martin a Stoccarda, la cui riqualificazione è stata progettata dagli architetti Aaron Werbick e Gerald Klahr, relatori al convegno. L’assemblea aveva a  disposizione quattro parole chiave, le stesse emerse durante il lavoro del laboratorio.

E’ stato chiesto, quindi, ai partecipanti di individuare sulla pianta le aree che corrispondessero alle parole evidenziate al fine di illustrare il proprio pensiero per mezzo di segni grafici e non attraverso concetti, parole o sillogismi. Tutti hanno così potuto sperimentare l’integrazione della ricerca metodologica in una logica partecipativa. I dati così raccolti hanno permesso di analizzare le percezioni di “limite” e/o “percorso” all’interno di una “pianta percettiva” che ha messo in risalto come la sensibilità e le impressioni di ognuno nei confronti dello spazio di una chiesa siano diverse, esprimendo così la necessità di una progettazione partecipata dello spazio. Il dato più interessante si è palesato con la parola SCOPERTA, in quanto: il gruppo del CLI/LAB ha associato questa parola allo spazio urbano, al percorso necessario per trovarsi di fronte ad una architettura seducente che rappresenti l’edificio chiesa; i partecipanti al convegno, invece, hanno associato tale termine all’interno dell’aula come se lo spazio interno consentisse la ricerca e la scoperta interiore di Dio e di se stessi.

Come la metodologia affrontata durante il laboratorio e condivisa con i partecipanti al convegno può essere applicata alla progettazione di una nuova chiesa? Come può essere coinvolta la comunità in fase di progettazione? Su questi interrogativi si è impostato il dibattito che ha visto l’assemblea molto coinvolta.

 

RE-DESIGN

Una presentazione schematica del processo di lavoro del laboratorio sul tema del celebrare integrato alle immagini delle relazioni del convegno.