Ulisse Sartini, uno dei più grandi ritrattisti internazionali contemporanei, nasce nel 1943 a Ziano Piacentino, per poi trasferirsi, giovanissimo, a Milano dove vive e lavora. Negli anni ’70 inizia la sua attività espositiva dopo l’incontro con il gallerista Filippo Schettini.

Creatività, fantasia e soprattutto una non comune sensibilità, vengono inizialmente mostrate artisticamente nell’Embriocosmo, origine cosmica, lo spazio eterno dell’anima trasformato in un spazio temporaneo e tangibile dalla suggestione del colore, e successivamente nell’ispirazione dell’arte ritrattistica. Quest’ultima, le apre le porte nella collezione della National Portrait Gallery di Londra, insieme ad un altro italiano, Pietro Annigoni, con il ritratto del celebre soprano Joan Sutherland.
Nell’arte del ritratto Sartini rivela una caratteristica essenziale: una nuova rappresentazione della realtà, grazie alla modulazione della luce. Questa è la sua capacità di costruire con stupefacente fedeltà al vero la luminosità delle immagini, così ogni particolare viene percepito come un microcosmo del mondo visibile.
Autore di rilevanti capolavori di arte sacra celebrati e conservati in importanti musei, chiese e collezioni private italiane ed estere, dei quali cito: i Papi, Giovanni XXIII a Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco, Cardinali Angeli, Biblici, Religiosi. A cui si uniscono opere grafiche, allegoriche, mitologiche, bambini, autoritratti ed, infine, i ritratti di Maria Callas per il Museo Teatrale alla Scala di Milano, il Nuovo Teatro della Musica Megaron (Atene) e per il Teatro La Fenice (Venezia), quello di Luciano Pavarotti per Covent Garden (Londra), quello di Audrey Hepburn per la nuova sede UNICEF in Roma.

Oggi, a 73 anni, si concede con garbo e squisita gentilezza, a questa mia intervista:

Maestro, mi viene in mente una domanda molto complicata, ma nello stesso tempo, credo, significativa: che cosa rappresenta per lei l’arte?
Non è una domanda semplice, molti hanno tentato di rispondere a questa domanda, ma se esaminiamo le loro risposte comprendiamo che il concetto di arte è mutabile, varia probabilmente con le abitudini, le tradizioni e i costumi di ogni epoca e il modo d’intenderla. Per me è un modo di vivere: l’arte è la mia vita; le ho dedicato tutta la mia esistenza, non mi sono neanche sposato per consacrarmi completamente a questa bellissima esperienza artistica. Ringrazio il Signore per questo dono meraviglioso. La mia pittura ha svolto da sempre, nella mia vita professionale e personale, un ruolo di “contagio” e di rivelazione. Ha ovattato la mia esistenza di un’atmosfera mistica capace di aprire le porte del mio cuore per ritrovarmi con la fonte della vita: Dio.
Ogni mia opera è un gesto di riconoscenza al Signore. Dopo attimi “eterni” di silenzio, mi spiega, che i talenti che il Signore ci dona sono per gli altri e, io, con le mie opere aiuto i fedeli ad incontrare Dio e a pregare.

Il suo linguaggio artistico si manifesta attraverso analoghe modalità espressive e diversi temi: religiosi, biblici, autoritratti e ritratti. Come artista qual è il senso della sua arte?
Lavoro a delle opere che si avvicinano all’arte astratta, ma non lo sono, perché hanno un attribuzione ben precisa: l’Embriocosmo. Il titolo già fornisce la chiave di lettura: l’origine cosmica, e con questi lavori, cerco di avvicinarmi con il mio linguaggio pittorico e con la mia fantasia, al mistero dell’universo. Questi lavori (che ho chiamato i quattro elementi) rappresentano, nel mio immaginario, il momento della creazione: luci, bagliori, ombre, penombre, si propongono di mostrare l’inesprimibile sapendo di mostrarlo come esprimibile: la profondità dell’anima che diventa realtà.

Il loro stile?
Per queste opere uso la stessa tecnica dei ritratti, prima in grisaille, cioè in monocromo, e poi colorate con le velature, usando la stessa tecnica che si utilizzava nel rinascimento. Preciso, che invece di usare un colore coprente, già dai primi tocchi, utilizza un colore di consistenza semi-trasparente (velatura) che dà la possibilità di ottenere una maggiore gamma cromatica: sovrapponendo più velature può, gradualmente, giungere al tono preferito.

Ci racconta come si è avvicinato all’arte sacra?
Essendo un cattolico cristiano l’idea che i miei lavori, come innanzi detto, aiutino le persone a pregare è motivo di grande piacere. Fin da giovane ho lavorato su temi sacri e mitologici. Sono soprattutto conosciuto per i miei ritratti ed ho avuto la fortuna di ritrarre personaggi importanti. Però, la mia grande soddisfazione è quanto posso lavorare su temi sacri.

(Il maestro Sartini, mi racconta l’esposizione del suo dipinto: “l’Ultima Cena” di Cristo con i suoi discepoli prima della crocifissione (di grandi dimensioni, 4,90 metri per 1,80), ospitato fino al 26 Aprile scorso nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie di Milano, poco distante dal Cenacolo del grande Leonardo da Vinci. Afferma che pure essendo un tema toccato da grandi artisti del passato, la sua è una cena moderna. Con la dote di umiltà dei grandi artisti, mi fa notare anche il notevole successo di quest’opera, presentata dal biblista Enzo Bianchi, priore del Monastero di Bose.).

Molta della mia produzione, chiarisce, è attinente alla sfera religiosa. Cristi, Madonne, Santi, Papi, resurrezioni, crocifissioni, angeli, rappresentano, o meglio, esprimono sostanzialmente il mio atteggiamento interiore di amore, di fede, e, soprattutto, di devozione a Dio.

Quindi è necessario che l’artista sia profondamente religioso per dipingere un quadro di culto sacro.
Io credo di sì! Bisogna conoscere il Vangelo, in qualche modo viverlo, per chi tocca questi temi non si può improvvisare. L’arte sacra è quella che riflette la vita religiosa dell’artista.
L’opera religiosa, essendo con il suo segno grafico, uno strumento referenziale del messaggio simbolico cristiano, non può essere elaborata basandosi sulla logica pratica, istintiva o solo soggettiva, ma deve riuscire a comunicare, attraverso il suo studio, le sue linee e colori, il suo contenuto, il suo messaggio di tradizione cristiana.
Perciò, quanto più l’artista vive la religione, tanto è meglio preparato a realizzare questa comunicazione, e concorrerà a sviluppare la comunicabilità dell’uomo con Dio. Viceversa si nega con la “stravaganza” dell’immagine sacra la divinità di Cristo e della sua Chiesa.
Lei è architetto, quindi conosce la crisi che contraddistingue anche la progettazione delle chiese. Personalmente avverto, di fronte alla maggior parte delle recenti esperienze di progettazioni delle chiese, un senso di insoddisfazione. Carlo Kenis, quando ci incontravamo, mi diceva che non ne poteva più di vedere chiese realizzate da architetti incapaci di esprimere le ricchezze simboliche di un edificio sacro; privi di esperienza e conoscenza nel campo della religione, della liturgia e del suo simbolismo, non sapevano neanche dove collocare l’altare e non avevano neanche l’idea del suo significato di mensa eucaristica. Così è anche per la pittura sacra, è necessario che l’artista “subisca” quella esperienza religiosa che dicevo innanzi di conoscenza del Vangelo per poter esprimere nel profondo e attraverso la sua professionalità il vero messaggio cristiano.

Di conseguenza non intravede, nelle chiese moderne, un programma iconografico che prolunga e descrive il mistero celebrato.
È raro che mi piaccia una chiesa moderna ed è raro anche che mi piaccia il suo contenuto. Non dico di tornare indietro, ma di mantenere qualcosa che ci ha insegnato il passato, quella tensione che animava il linguaggio iconografico delle chiese di una volta. Le chiese del passato, quelle classiche, erano coperte da affreschi, da icone, da immagini sacre che parlavano del Vangelo, che aiutavano i fedeli nella fede.
La mia modernità sta proprio nella rielaborazione di quello che ci hanno lasciato i grandi maestri del passato, del Rinascimento del Cinquecento e del Seicento.

Si è guadagnato l’appellativo di “pittore dei Papi”, dai Papi Santi, San Giovanni XXIII a San Giovanni Paolo II, a Papa Benedetto XVI e per finire a Papa Francesco, ma è vero che i suoi Papi presentano delle soluzioni che sembrano realistiche e accademiche?
Il ritratto lo concepisco cosi: come ritratto classico, dove oltre alla grande tecnica deve trasparire il personaggio, la personalità del personaggio. Sono ritratti reali, e non hanno nessun rapporto con l’iperrealismo, perché quell’occhio, quell’orecchio e tutto il resto già è stato fatto, già è vecchio. La mia testimonianza sta proprio in questo! Le raffigurazioni si propongono come una rappresentazione quanto più possibile fedele alla realtà. Aggiungo, che tutti i ritratti dei Papi mi sono stati commissionati dalla Fabbrica di San Pietro.