«Non habemus hic manentem civitatem sed futuram inquirimus» (Eb 13,14)

PROGETTARE UNA “CHIESA PROVVISORIA”

 

 

Il “caso serio” in architettura: una “chiesa provvisoria”

Il problema delle costruzioni provvisorie in architettura non è nuovo e, come è documentabile, ha focalizzato l’interesse “appassionato” di numerosi architetti di riconosciuto valore e di studi di architetti coinvolti direttamente o indirettamente nella progettazione di costruzioni temporanee.

Nelle culture occidentali, nonostante la testimonianza materiale di manufatti archeologici, di case, monumenti, città che documentano e tramandano una memoria di altissimo valore ma che testimoniano anche precarietà, lotta quasi titanica tra l’uomo e il tempo che diviene, tra gli umani e le forze della terra e del cosmo, tra il simile in lotta violenta contro il proprio simile, non è facile né pensare né costruire un’opera che deve rispondere a principi di stabilità, di solidità, di sicurezza, di senso, sapendo che sarà un’opera del fra-tempo. È come se nel nostro profondo fossimo “abitati” da un desiderio di perpetuazione della memoria che lotta contro l’attimo fuggente. La conservazione e il restauro sono una delle espressioni più caratterizzanti di un alto sentire responsabilmente la memoria storica che si tramanda tramite un “visibile parlare”, a suo modo racconto di generazione in generazione da favorire.

È interessante osservare come anche in progettazioni e costruzioni di opere temporanee, come strutture architettoniche di “esposizioni universali”, di mostre espositive, la “provvisorietà” non riguardi tutti i manufatti realizzati, spesso frutto di valore creativo. Si opera perché a conclusione dell’evento, non tutto sia soggetto al complesso e laborioso smantellamento, ma resti un’opera o più opere che significativamente vadano oltre il provvisorio.

Nel mio immaginario la provvisorietà di una chiesa, o di una domus ecclesiae, ha fatto spesso emergere ricordi di esempi infelici di assemblee costrette ad una provvisorietà prolungata in capannoni, in garage, in strutture espressioni certamente di scelte di povertà più prossima alla miseria che non ad un’austera “nobile semplicità”. Faticavo, anche per i motivi sopra esposti, a considerare riflessivamente la possibilità di progettare seriamente una “chiesa provvisoria”. D’altra parte, come altri liturgisti, il mio interesse e la mia consulenza nei decenni, nonché l’insegnamento, hanno avuto di mira soprattutto il progettare chiese nuove, o adattare l’esistente secondo gli orientamenti ecclesiologici del Concilio Vaticano II e la riforma liturgica voluta dallo stesso Concilio. Assai marginale è stata l’attenzione posta, a causa soprattutto di eventi di calamità naturali, alla progettazione di “chiese provvisorie”. Dal punto di vista pastorale mi rendevo ben conto di quanto fosse importante, necessario, identitario avere un luogo dove il popolo santo di Dio, soggetto a dolorose dispersioni, si ritrovasse per celebrare i santi misteri “in Spirito e Verità”, non quindi senza luogo, ma secondo lo Spirito di Verità (Gv 4, 23-24), secondo lo Spirito di Cristo Verità che dice ai suoi «Fate questo in memoria di me» (Lc 22, 19). Tuttavia, forse come altri operatori pastorali, teoricamente sentivo il problema del “provvisorio” più come “improvvisazione” che “provvisorietà”.

La proposta dell’Architetto Maurizio Fiore di condividere uno studio accademico aperto ad un’eventuale progettazione di una domus ecclesiae provvisoria, l’ho accolta con grande interesse, quasi come una sfida: l’architetto e il liturgista in dialettica operativa per far perseguire all’architetto il Diploma del Master universitario di II livello in “Studiis de Architectura Artibusque al Liturgiam Spectantibus” del Pontificio Istituto Liturgico dell’Ateneo Sant’Anselmo (Roma). La sfida è risultata non solo accademica, ma in un cammino di ricerca e di dialogo fra competenze, è emersa la “serietà” che permane perché il “provvisorio” non relativizzi o trascuri i temi soggiacenti all’antropologia e alla teologia liturgica di una domus ecclesiae e il modello, nella sua provvisorietà, non risulti banalmente funzionale, ma sia segnato dalla triade vitruviana: utilitas, firmitas, venustas, tenendo conto che la scelta di uno spazio, perché diventi luogo significativo ecclesiale, deve essere per il mistero che si celebra e i celebranti il mistero, dove il per è da considerarsi e finale (a favore dell’oggetto e dei soggetti celebranti) e modale (l’oggetto e i soggetti ispirano il modello).

Le due parti che costituiscono la ricerca teorica e pratica dell’arch. Fiore danno ragione del per con qualità teologica, liturgica, antropologica e con proprietà e professionalità architettonica. Nel testo e nelle proposte progettuali vi è una tensione armonica, così che non è accentuato né il liturgico, né l’architettonico, né viene dimenticato il contesto territoriale. Azzarderei un’immagine valorizzata altrove: si respira a due polmoni, con un ritmo cadenzato e armonico, producendo un’osmosi di contenuti, sorretti da un impianto metodologico rigoroso che dà vigore ai contenuti stessi. Condivido pienamente ciò che l’arch. Fiore affida alla Conclusione Generale del lavoro, quando rileva come «interrogandosi costantemente sul senso dell’edificare e dell’edificare per la liturgia nel contesto post-catastrofe, si è giunti alla forma architettonica, ovvero alla forma della domus ecclesiae. La comprensione dei significati profondi e la traduzione di questi in luoghi per la liturgia ha svelato al progetto le due fondamentali forme specifiche che sinteticamente, ma significativamente, hanno permesso di connotare l’edificio liturgico come “icona ecclesiologica” e come “icona escatologica”». Quest’ultimo aspetto, indubbiamente non facile nella sua resa iconica che storicamente ha trovato diverse soluzioni affidate alla verticalità, all’abside, alla cupola, all’iconografia, per semplificare, ritengo sia di realizzazione progettuale e fattiva, una sfida per l’architetto.

Ciò che mi pare nodale e fondamentale nel lavoro di Fiore è essere riuscito a coniugare la provvisorietà e la temporaneità di una costruzione con il dato teologico-liturgico della provvisorietà della e nella vita del credente, provvisorietà di viatori, ben oltre la finitudine del cosmo e della condizione umana, segnata dall’“eschaton” identificabile con Cristo che è, che era, che viene (Ap 1, 4-6).

La citazione di Eb 13, 14 del titolo risuona nella sua intensità se la leggiamo nel contesto (vv. 12-15): invito ad uscire dall’accampamento per andare verso Cristo santificatore del suo popolo, che orienta alla città futura, ma orienta mentre in ecclesia offriamo a Dio il sacrificio di lode. Gli accampati nella precarietà del vivere trovano nell’ospitalità della domus proposta dalla ricerca, curata nelle sue forme essenziali, motivi di una speranza viva che non delude, possibilità di guardare nella chiesa il territorio gettando lo sguardo al futuro, futuro che il progetto vuole iconicamente testimoniare.

Silvano M. Maggiani, osm – Pontificia Facoltà Teologica «Marianum» – Pontificio Istituto Liturgico


Abstract dell’opera

L’opera affronta l’attualissimo tema dell’emergenza post-catastrofe dal particolare punto di vista della necessità di edifici liturgici “provvisori” conseguente alla perdita o all’inagibilità di quelli esistenti. L’improvvisazione e l’approssimazione che spesso informano gli interventi messi in atto per far fronte alle necessità delle comunità cristiane colpite, hanno stimolato una ricerca progettuale che, dopo un’indispensabile e approfondita analisi dei significati teologici, ecclesiologici e liturgici qualificanti l’edificio cultuale contemporaneo, propone un modello di domus ecclesiae in grado di rispondere all’urgente bisogno di luoghi di culto ma anche di aprirsi a successivi congruenti utilizzi in forza delle più recenti declinazioni del concetto di “provvisorietà”. Tutto ciò avviene alla luce delle acquisizioni del Concilio Vaticano II° filtrate dalla stringente contingenza del post-calamità che, come preziosa occasione di riflessione, permette di transignificare il concetto di “provvisorietà drammatica” in “provvisorietà escatologica”, vera ed unica dimensione dell’esistenza cristiana. Così la domus ideata reifica la forma essenziale dei circumstantes, autentica e primigenia icona spaziale del “mistero di comunione” e risponde con precisione e chiarezza di senso alle esigenze liturgiche del “popolo di Dio pellegrinante verso la Gerusalemme celeste” manifestando, in definitiva, tutta la sua iconicità ecclesiologica ed escatologica.

Arch. Maurizio Fiore

 


Tesi discussa il giorno 29 gennaio 2015 presso il:

Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma

a conclusione del:

Master biennale post-universitario di II° livello in “Architettura e arti per la liturgia”

 

La pubblicazione della Tesi è avvenuta il giorno 7 luglio 2016 nella collana:

“Architetture, arti e suoni per la liturgia” dell’Ateneo Sant’ Anselmo.


Relatore:

Prof. Silvano Maggiani OSM – Pontificia Facoltà Teologica “Marianum”, Pontificio Istituto Liturgico.

Editore:

Aracne editrice int.le S.r.l. – via Quarto Negroni,15  – 00040 Ariccia (RM)

 

I^ edizione: luglio 2016  – ISBN 978-88-548-9324-5