La progettazione della chiesa di S. Domenico, in Crotone, è frutto del percorso di vita del suo progettista, in cui si intrecciano la “visionarietà”, che caratterizza chi è alla continua ricerca di nuove forme espressive della realtà, con un genuino e radicato sentimento religioso. La libertà creativa, che caratterizza la progettazione religiosa di Giorgio Burza, seppur lontana da stereotipi stilistici, mantiene un forte legame con l’essenza e la funzione a cui la costruzione è destinata.

Il progetto, quindi, ha intenzione di rispondere sin dal principio a due importanti presupposti:

  • i principi suggeriti dal Concilio Vaticano II, per cui assumono un ruolo centrale la celebrazione dell’Eucarestia, la partecipazione dell’assemblea e la presenza dei simboli;
  • il bisogno di soddisfare una richiesta (non dichiarata) di un popolo di potere celebrare i riti sacri in un luogo di culto adeguato.

Brevemente, la storia della costruzione di San Domenico, che risale ai primi anni ’80, inizia con un sottodimensionamento dell’aula liturgica. La variante al progetto originale, redatto negli uffici tecnici della Curia Arcivescovile della Diocesi di Crotone e Santa Severina, prevede l’allungamento della navata, tramite l’aggiunta di un corpo avanzato. I lavori iniziano e finiscono, abbandonati dall’impresa appaltatrice, nel giro di pochi mesi nel 1996, che lascia il manufatto incompleto (scheletro della struttura). L’anno successivo, il parroco don Gino Cantafora, attualmente vescovo di Lamezia Terme, tramite una raccolta fondi inizia l’autofinanziamento, oltrepassando i limiti imposti dalla Curia e mi invita a redigere il nuovo progetto.

A titolo gratuito me ne assumo l’incarico. E’ la ricerca della Bellezza, quale attributo di Dio, il filo conduttore del progetto. Il manufatto si erge come un “guardiano” dell’ambiente circostante, in un costante richiamo alla staticità spazio-temporale. L’interpretazione di tale staticità si manifesta nel disegno della facciata, con i suoi tagli lineari, le caratteristiche sfaccettature e la sovrapposizione, a strati, dell’intonaco. E’ l’interpretazione del tempio di Dio, che attraverso la perfezione delle linee e la luminosità della superficie celebra l’immortalità dello spirito. Come finitura, alle pareti viene dato un ultimo strato di intonaco bianco composto di polvere di marmo, per esaltarne la brillantezza dei volumi (foto1,2,3,4,5). Il disegno della vetrata celebra la potente azione creatrice dello Spirito Santo. Non c’è incongruenza tra la regolarità geometrica del pannello di supporto e le linee di forza che si muovono all’interno.

Un senso di reclusione e di angoscia domina le figure all’interno, che attendono la redenzione. Il quadro è caratterizzato da un doppio movimento, centrifugo per alcune figure e centripeto per altre. Una vera e propria trasfigurazione è in atto nei soggetti raffigurati, deformati dalle forze presenti. L’impulso centripeto sviluppa una danza intorno al banchetto eucaristico: al centro del quadro Gesù Cristo che si dona, liberando tutti dalla schiavitù e dalla morte. La forza centrifuga investe quanti hanno ricevuto e accolto lo Spirito, rappresentati dai quattro evangelisti sospinti ad ogni angolo della terra per annunciare la Buona Notizia. L’effetto desiderato è di caricare di spiritualità e di drammaticità l’intera opera, che esposta ad Oriente, viene letteralmente animata dal corso solare (foto 6).

Guardando all’interno, di nuovo emerge la libertà creatrice del progettista, che in maniera assolutamente originale, cercando l’essenza dei vari segni liturgici, elabora un progetto capace di riempire di “presenza” lo spazio dell’aula liturgica utilizzando simboli di mera matrice romanica. Il disegno del pavimento (foto 7) è il simbolo del mare che inonda l’intera aula. Con una leggera pendenza invita i fedeli in fondo alla chiesa a volgere lo sguardo verso il presbiterio, la sua fluttuosa composizione a losanghe scende fino al punto più basso della sala, per poi continuare, fino ad infrangersi ai bordi del presbiterio. Le losanghe sono in bianco statuario e bardiglio imperiale disposte in modo alternato lungo l’asse longitudinale della navata. In prossimità del presbiterio, dal disegno del pavimento a trama intessuta dalle losanghe, emerge il profilo di una barca sulla quale trovano collocazione tre segni liturgici: l’Ambone, la Mensa e il Fonte Battesimale. Quest’ultimo collocato nel punto in cui le quote registrano l’area più depressa della sala.

I quattro pilastrini svasati, di marmo bianco, che sorreggono la Mensa, corrispondono a quattro nasse che pescano in profondità (foto 8). La Sede, realizzata in blocchi di marmo bianco, manifesta attraverso la forma tutta la sua sostanza: la presenza del Capo della chiesa (foto 9).

Una temeraria reinterpretazione del Genius Loci, in cui la vera chiesa è quella che nasce dalle “pietre vive”, ma soprattutto dove “l’inesistente viene chiamato ad esistere”.

 

              Giorgio Burza, architetto