La formazione dei musei diocesani 

I musei diocesani sono per lo più di recente formazione. Il primo accenno a tali istituzioni è contenuto nella lettera circolare emanata il 15 aprile 1923 dal Cardinale Pietro Gasparri ai Vescovi: nella circolare l’invito a «conservare, trasmettere e saggiamente amministrare pergamene e carte, libri manoscritti e stampati, opere artistiche di ogni genere custoditi dal Clero» si associa al suggerimento di fondare musei diocesani dove custodire “i cimeli (che) a lasciarli dove sono corrono pericolo e deperiscono».

A quel tempo i musei diocesani funzionanti si configuravano per lo più come Tesori del Duomo riuniti nelle sacrestie o depositi di materiali provenienti dai restauri delle Cattedrali. Faceva eccezione il museo di Bressanone, istituito nel 1879 con lo specifico intento di salvaguardare il patrimonio artistico appartenente alla diocesi: la sua formazione si legava pertanto ad una visione territoriale ancora assente in analoghe realtà museali. Va ricordato tuttavia che a quel tempo Bressanone faceva parte dell’Impero austroungarico, area nella quale si colloca la nascita intorno alla metà del XIX secolo dei primi musei diocesani.

Nel 1924 veniva istituita la Commissione Centrale per l’Arte Sacra con il compito di coordinare l’opera delle Commissioni diocesane incaricate, tra l’altro, di compilare gli inventari degli oggetti d’arte presenti nei luoghi di culto della diocesi e di fondare e ordinare i musei. Parallelamente allo Stato italiano, anche la Chiesa dunque inizia a darsi una specifica organizzazione e ad approntare una normativa adeguata, finalizzata alla conoscenza e salvaguardia del proprio patrimonio artistico. Il museo diocesano appare subito un elemento centrale dell’azione di tutela che si va promuovendo: la sua formazione è quindi strettamente connessa all’esigenza della Chiesa di gestire in prima persona la tutela del patrimonio di arte sacra, res mixta poiché materia sulla quale legiferano unilateralmente sia lo Stato che la Chiesa.

Il mutamento del costume religioso, le grandi trasformazioni economiche, sociali e culturali che hanno interessato l’Italia dagli anni sessanta in poi, con il conseguente abbandono delle campagne e la inevitabile chiusura di parecchi edifici di culto; la corrispondente espansione di un mercato antiquario che da tale situazione ha sovente tratto giovamento, non potevano che rendere sempre più pressante il problema della tutela di un patrimonio lasciato spesso nell’incuria, esposto quindi al pericolo di indebite alienazioni e facili sottrazioni. La stessa riforma liturgica avviata dal Concilio Vaticano II, talvolta male interpretata, aveva finito per causare mutamenti e manomissioni non di rado irreversibili, dispersione e degrado di arredi non più utilizzati.

Nel tentativo di arginare una situazione certamente grave e a seguito di numerose iniziative attivate allo scopo di sensibilizzare il clero sui problemi di tutela, il 14 giugno 1974 la X Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana emanava le «Norme per la tutela e la conservazione del patrimonio storico-artistico della Chiesa». Il testo riservava due capitoli (il decimo e l’undicesimo) al problema dei musei diocesani: si ribadisce anzitutto la necessità di conservare in sito gli oggetti appartenenti ai diversi luoghi di culto così da salvaguardarne l’originaria e complessa fisionomia. Tuttavia, qualora ciò non fosse possibile, si prescrive l’istituzione di musei diocesani e interdiocesani atti a ricoverare opere e arredi diversamente sottoposti al pericolo di dispersione. Si precisa però che tali musei non devono essere intesi quali semplici depositi di «sculture, quadri, documenti, ma alla funzione di cauta raccolta abbiano aggiunta anche quella della conoscenza, della valorizzazione e della divulgazione della storia della pietà ed ecclesiastica, spesso dell’intera regione».

A supporto dell’istituzione di nuovi musei diocesani viene redatto uno schema di Regolamento che prevede il deposito obbligatorio (previo accordo con le autorità statali preposte alla tutela) di oggetti che non abbiano più una funzione attiva e, in quanto tali, corrano il pericolo di manomissione o abbandono. Naturalmente il processo di musealizzazione implicito nella prassi del deposito obbligatorio deve essere inteso quale procedimento limite, sulla cui opportunità occorre di volta in volta compiere un’attenta valutazione così da evitare lo smembramento di realtà unitarie e complesse quali sono i singoli luoghi di culto.

Nel 1992 la Consulta Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici approva il documento «I beni culturali della Chiesa in Italia. Orientamenti» che riprende le tematiche già affrontate nelle «Norme» del 1974, estendendo organicamente l’attenzione a tutti i settori dei beni culturali. Per quanto riguarda i musei, il documento sottolinea il ruolo di stimolo alla conoscenza, conservazione e valorizzazione dei beni storico – artistici religiosi giocato dal museo diocesano che deve costituire «il naturale punto di riferimento per le analoghe istituzioni ecclesiastiche sotto il profilo organizzativo, tecnico scientifico e per le iniziative culturali e pastorali».

Nel 2001 la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa emana la Lettera circolare sulla funziona pastorale dei musei ecclesiastici, un documento molto articolato e davvero esaustivo (e per molti versi lungimirante) che diventerà un ineludibile punto di riferimento per tutta la comunità museale.

Nel 2005 il ruolo di ‘deposito di beni in pericolo’ dei musei ecclesiastici viene riconosciuto dall’Intesa relativa alla tutela dei beni culturali di interesse religioso appartenenti a enti e istituzioni ecclesiastiche sottoscritta tra Stato e Chiesa: l’art. 2, oltre a presentare le disposizioni in materia di inventariazione e catalogazione dei beni culturali mobili e immobili, al Comma 4, prevede infatti che “qualora il mantenimento in situ dei beni non ne garantisca la sicurezza o non ne assicuri la conservazione, il soprintendente, previo accordo con i competenti organi ecclesiastici, ne può disporre il deposito in musei ecclesiastici, se muniti di idonei impianti di sicurezza, o in musei pubblici”.

Nel 2016 l’AMEI (Associazione Musei Ecclesiastici Italiani) sottoscrive un Accordo di collaborazione con il Mibact che, finalmente, riconosce ruolo e specificità dei musei ecclesiastici, impegnandosi a valorizzarli e promuoverli.

Specificità dei musei ecclesiastici

Va sottolineato che al di là dei compiti di tutela, corretta conservazione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico, comuni a ogni tipo di istituzione museale, il museo ecclesiastico deve porsi come obiettivo primario quello di restituire all’oggetto esposto la memoria della sua funzione originaria, così da far emergere i significati simbolici, la valenza di segno del bene ecclesiastico, ricucendo idealmente i nessi altrimenti perduti con la comunità religiosa cui il bene apparteneva e con lo spazio sacro per il quale fu realizzato.

Il museo ecclesiastico accoglie documenti per loro natura polivalenti che concorrono a definire le coordinate temporali e spirituali di un determinato territorio: tali beni non possono essere studiati solo in relazione a parametri estetici e storico-artistici. Occorre infatti estendere l’analisi agli aspetti iconografici e iconologici; individuare le singole committenze così da delineare la genesi storica e spirituale di ogni opera; l’approccio interdisciplinare allo studio dell’oggetto può inoltre consentire di ricostruirne la storia formale e materiale.

Si può affermare che i musei ecclesiastici sono accomunati da un’identità plurima che, almeno in linea teorica, può essere così declinata:

  1. Musei del territorio: luoghi di tutela attiva che conservano, comunicano e valorizzano i beni ecclesiastici che documentano l’evolversi della vita culturale e religiosa della locale comunità. Luoghi nei quali, attraverso un’azione mirata, è possibile promuovere l’interpretazione del patrimonio, inteso non tanto come qualcosa di immutabile, definito una volta per sempre, ma come un insieme di beni in divenire, da ricostruire nei significati, una risorsa che aiuti a riflettere, a interrogarsi, a relazionarsi ;
  2. Musei accessibili: luoghi di inclusione sociale, impegnati a sensibilizzare i visitatori al principio dell’accoglienza e ad abbattere le barriere, materiali e immateriali, fisiche e intellettuali, che possono comportare l’esclusione di pubblici speciali dalla vita culturale della comunità. Diviene pertanto un obiettivo comune per i ME accogliere l’invito del Consiglio europeo di “sviluppare strategie di accesso globale e programmi specifici elaborati per portare significativi e duraturi miglioramenti per tutte le persone con disabilità”;
  3. Musei in dialogo: luoghi di confronto, di scambio, di approfondimento, di dialogo interculturale e interreligioso. Questa sicuramente è la sfida più ardua, e al contempo più impellente per i ME, chiamati a confrontarsi con una società plurale, attivando specifiche strategie, in collaborazione con gli uffici diocesani per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso;
  4. Musei laboratori per il contemporaneo: luoghi di confronto e di sperimentazione per l’arte contemporanea. I ME sono chiamati a riattivare tutti quei processi che permettono di nuovo l’incontro tra le opere del passato e la “grandezza dei processi estetici che sono in evoluzione, con cui bisogna produrre incontri sempre nuovi perché anche la coscienza credente diventi attuale e non semplicemente a sua volta testimone passiva di un passato che non c’è più”.

Ovviamente non tutti i musei attualmente sono in grado di operare in queste quattro direzioni: esse rappresentano dunque la vision, ovvero la proiezione di uno scenario in divenire che rispecchia valori e obiettivi comuni (taluni raggiungibili nel lungo periodo), di cui Amei si fa interprete e portavoce.