Testimone di speranza

E’ insolito che un’associazione museale divenga committente di un’opera d’arte. Amei lo ha fatto. Volevamo che il nostro ventennale (AMEI venne fondata il 5 ottobre del 1996) lasciasse un segno forte, deciso: quello della contemporaneità e dell’impegno sociale. La funzione conservativa è stata la molla che ha fatto nascere molte nostre istituzioni: abbiamo ricoverato un ingente numero di opere provenienti da chiese dismesse, o poco sicure, o inadatte a preservarle dal degrado. Le abbiamo custodite, fotografate, inventariate, studiate, esposte al pubblico, comunicate nella convinzione che “mai come oggi occorre proteggere, salvare tutto ciò che resta, tutto ciò che resiste del mondo spirituale”, per usare un’affermazione di Claudio Parmiggiani, l’artista al quale ci siamo rivolti. Tuttavia custodire la memoria non vuol dire rinchiudersi nel passato, restarne prigionieri. La capacità di pensiero che ha alimentato la grande arte sacra del passato è la stessa che nei nostri musei occorre coltivare perché l’arte continui a essere quella “porta invisibile” che apre ad un “oltre”, dove ritrovare la dimensione spirituale della propria esistenza. Dunque, non possiamo rimanere ai margini del presente: occorre entrare nel suo perimetro. Aver commissionato un’opera a Claudio Parmiggiani significa proprio questo: evidenziare la necessità che i musei ecclesiastici si occupino della cultura e dell’arte che connota il nostro tempo, accettando una sfida non semplice, ma ineludibile. L’opera viene presentata presso il Museo/Galleria del Centro San Fedele di Milano, un luogo emblematico perché pensato, sin dalla sua fondazione, come spazio di incontro e di confronto per “favorire con varie manifestazioni di carattere culturale e artistico le correnti vive del pensiero contemporaneo”. Per altro qui si stanno sperimentando, con esiti davvero interessanti, proposte espositive capaci di porre in dialogo antico e contemporaneo, una ricerca che vale la pena condividere e applicare, come già sta avvenendo in altri istituzioni museali ecclesiastiche. E’ questo il punto di partenza di un viaggio che vedrà l’opera di Parmiggiani passare, come una sorta di testimone, di museo in museo per attestare la comune volontà di accogliere questa nuova sfida. Musei del nord, del centro e del sud, ciascuno con caratteristiche diverse quanto a dimensione, sede, collezioni, faranno da polo aggregatore anche per gli altri musei ecclesiastici. Perché chi ospita lo fa a nome di tutti, a nome di Amei. Si è scelto Claudio Parmiggiani, tra i maggiori protagonisti del panorama artistico internazionale, perché sentiamo una forte assonanza con la sua arte, con la sua poetica. Fare arte, afferma, è “un atto di resistenza civile”, ma al contempo una meditazione sull’uomo. Scrive Giuliano Zanchi: “Quello di Parmiggiani è un modo di concepire l’arte che tocca le esperienze elementari dell’essere umano, laddove l’uomo è messo di fronte al proprio insolubile enigma, dove quindi il sentimento di tutto quello che è sacro si ravviva quasi impetuosamente. In questo senso è un’arte che tocca il sacro”. L’opera è stata ideata pensando alla sua destinazione finale: la Casa Museo del Beato Giuseppe Puglisi di Palermo, ucciso dalla mafia il 15 Settembre del 1993. Si tratta del modesto appartamento in cui visse la famiglia Puglisi e per lungo tempo anche lo stesso sacerdote. Il Centro di Accoglienza Padre Nostro, che continua l’attività di quest’uomo con i tanti giovani palermitani che rischiano quotidianamente l’emarginazione o il coinvolgimento nella criminalità organizzata, ha voluto recuperare questo “spazio della memoria” e metterlo a disposizione dei visitatori perché entrino in contatto con la semplicità del vivere quotidiano di Pino Puglisi, ma anche con la sua esperienza di vita. In queste stanze, dal 15 settembre 2017, verrà esposta in modo permanente l’opera Senza titolo di Claudio Parmiggiani che Amei ha voluto donare al piccolo museo. Con questo gesto volevamo evidenziare un’altra componente essenziale della nostra mission: l’attenzione alla dimensione sociale. I musei ecclesiastici possono diventare – e alcuni già lo sono – formidabili attivatori di sviluppo, luoghi di inclusione e di confronto, spazi di riflessione dove formare una coscienza morale, civile e intellettuale. Luoghi dove far crescere la consapevolezza che dal dolore si può rinascere. Un messaggio che Amei affida a questo silenzioso testimone.

Domenica Primerano, Presidente Amei

 

Rinascere dal dolore

Tutto il lavoro dell’artista Claudio Parmiggiani è altamente poetico, evocativo. Non appare mai affermare o dimostrare qualcosa, ma induce a una riflessione, a una meditazione sul senso più profondo delle cose, del loro permanere nel tempo grazie alla memoria. Assemblando alcuni frammenti del mondo, desituati dal loro contesto originario e accostati in modo del tutto inconsueto, crea immagini di una straordinaria forza espressiva. Da oggetti come campane, barche, statue, libri, àncore, emerge una bellezza sospesa, familiare e al tempo stesso insolita, ambasciatrice di un mondo lontano che chiede di emergere dall’oblio della storia, per farsi attuale, vicino, amico. Contro le tendenze di tanta arte contemporanea, destinata a un rapido consumo o a un superficiale atteggiamento ludico, le opere di Parmiggiani sembrano attraversare la pelle del mondo, per dischiuderci gli abissi di un mistero. L’opera richiesta all’artista da Amei, per poi essere donata alla Casa Museo Puglisi di Palermo, parla del tempo presente, e contemporaneamente appartiene alla storia di sempre. Consiste in diverse lastre di vetro sovrapposte, sulle quali poi l’artista interviene con violenza, creando in questo modo un’apertura sfrangiata e  irregolare, come una lacerazione. Una superficie che si presenta come uno specchio riflettente, sul quale è avvenuta una violenta aggressione. Non è la prima volta che Parmiggiani interviene con un gesto distruttivo. Già nei celebri labirinti di cristalli infranti (1970), lo spettatore, per uscire all’esterno, era costretto a ridurre in frantumi il percorso di vetro in una città esplosa, come in una sorta di apocalittica tempesta che demolisce ogni cosa. In questo caso, la superficie è aggredita, senza essere tuttavia del tutto frantumata. Su di una lastra nera, di una profondità abissale, che riluce grazie al vetro specchiante, una serie di crepe si dirama dal centro verso l’esterno, venendo a creare una rete, una ragnatela che si propaga ovunque. Un gesto violento squarcia il cuore di una lastra che appare in questo modo ferita, violata, stuprata nella sua integrità e nella sua luminosa bellezza. L’opera si presenta dunque come uno specchio che ha perduto la sua funzione di accogliere e d’irradiare in modo uniforme le molteplici forme del mondo, rivelando una tragedia avvenuta. Tuttavia, questa drammatica apertura appare suggerirci qualcos’altro. La nostra attenzione si concentra su quel foro dai margini ruvidi, scomposti e irregolari che si pongono come limite, soglia verso uno spazio che non è possibile definire. E’ come se fossimo invitati a proseguire verso un al di là, un oltre. Attraverso la tragicità di un gesto, siamo chiamati a intraprendere un cammino, un viaggio, a compiere un percorso. erto è immediata l’analogia tra l’opera dell’artista e la vita di don Giuseppe Puglisi, sacerdote siciliano, ucciso dalla mafia nel 1993, con due colpi di pistola alla nuca. La sua esistenza “luminosa”, “irradiante”, spesa contro i soprusi e gli oltraggi della mafia, fu stroncata dalla brutalità di una violenza infame, indicibile. Tuttavia, se l’opera parla di una violenza subita, è per ricordarci che per vivere fino in fondo il senso più profondo dell’esistenza, occorre che qualcosa sia frantumato, spezzato, lacerato. La trasformazione di una società avviene grazie alla testimonianza di un martire, al sangue di una vittima. È come se una ferita mortale potesse aprire una porta, per condurci verso un oltre, dove si gioca la verità di noi stessi, perché ciascuno di noi assuma la propria responsabilità etica nella storia. Di certo, Padre Puglisi ha percorso questa strada dall’inizio alla fine, in tutto il suo percorso, in tutto il suo dramma. Per aprirci a una speranza, per farci rinascere dal dolore a un mondo diverso, di riconciliazione e di pace.

Andrea Dall’Asta SI, Direttore Galleria San Fedele, Milano

 

Un evento corale

Dodici i musei ecclesiastici che ospitano l’opera di Claudio Parmiggiani prima che giunga a Palermo. Otto le regioni rappresentate.

A Milano il Museo San Fedele. Itinerari di arte e fede esprime un percorso che si sviluppa nella chiesa di San Fedele e in alcuni spazi adiacenti: inaugurato nel 2014, è strettamente legato alla storia della Galleria San Fedele, nata alla fine degli anni Quaranta come luogo di incontro tra artisti invitati a riflettere sui grandi temi dell’uomo contemporaneo e della spiritualità cristiana.

A Bergamo il Museo “Adriano Bernareggi”, inaugurato nel 2000 e allestito nel cinquecentesco Palazzo Bassi Rathgeb, conserva opere che documentano la cultura artistica bergamasca tra XVI e XIX secolo, con capolavori, tra gli altri, di Alvise Vivarini, Lorenzo Lotto, Rembrandt e Giacomo Manzù.

A Concesio (BS) la Collezione Paolo VI, inaugurata nella sua nuova sede espositiva nel 2009, presenta al pubblico un patrimonio d’arte del Novecento riconducibile alla figura di papa Montini. Tra i capolavori esposti sono opere di alcuni dei maggiori artisti del Novecento, tra i quali Chagall, Kokoschka, Matisse, Picasso, Magritte, Dalí, Severini, Rouault, Casorati, Sironi, Morandi, Fontana, Hartung, Vedova, Manzù, Pomodoro.

A Varese il Museo Baroffio e del Santuario del Sacro Monte nasce per ospitare la collezione che il barone Giuseppe Baroffio Dall’Aglio nel 1929 donò al Santuario di Santa Maria del Monte. La collezione documenta la storia del santuario attraverso sculture romaniche, miniature di codici preziosi, paliotti d’età sforzesca, dipinti dal XV al XVIII secolo e una sezione di arte sacra contemporanea.

A Vercelli il Museo del Tesoro del Duomo conserva, in sale affrescate nel primo Cinquecento, una delle più ampie e ricche collezioni di reliquiari medievali del nord Italia, legata al pellegrinaggio lungo la via Francigena. Degni di particolare menzione sono i codici medievali conservati nell’attigua Biblioteca Capitolare: tra essi il Codex Vercellensis Evangeliorum, prima traduzione dei Vangeli dal greco al latino (metà IV secolo) e il prezioso Vercelli Book (fine X secolo) con omelie in antica lingua anglosassone.

A Piacenza Kronos-Museo della Cattedrale, inaugurato nel 2015, espone il Codice 65, antico e significativo testo liturgico noto anche come Libro del Maestro (sec. XII), raffinate argenterie sacre e preziosi paramenti liturgici, sculture lignee sei-settecentesche e dipinti provenienti dalla Cattedrale, tra i quali il trittico trecentesco con Storie della vita di Gesù del modenese Serafino de’ Serafini e la Morte di San Francesco Saverio di Robert De Longe (1685-1686).

A Cortona (AR) il Museo diocesano nel palazzo prospiciente la Cattedrale, sede dal 1495 della Confraternita del Buon Gesù, espone opere che s’intrecciano con le vicende storico-religiose del territorio cortonese, costruendo un percorso che ne recupera la memoria artistica, storica e di fede: risaltano le grandiose pale di Beato Angelico, quali la celebre Annunciazione, Pietro Lorenzetti, Luca Signorelli, Giuseppe Maria Crespi e i cartoni della via Crucis di Gino Severini.

A Fabriano (AN) il Museo diocesano, inaugurato nel 2015, esprime un itinerario che dai secoli X-XI giunge al 1785, esponendo, in particolare, dipinti tre-quattrocenteschi, suppellettili sacre e tessuti liturgici esito artefici locali e non.

A Molfetta (BA) il Museo diocesano è allestito negli ambienti dell’attuale Seminario Vescovile già Collegio dei Gesuiti, edificato a partire dal 1610. Il percorso espositivo include, in particolare, una pregevole raccolta di seicenteschi reliquiari a busto in legno dipinto e la Pinacoteca con opere databili tra il XVI e XVIII secolo, a firma di grandi artisti quali Marco Cardisco, Francesco Cozza, Bernardo Cavallino, Corrado Giaquinto.

A Salerno il Museo diocesano “San Matteo”, allestito nel palazzo sede del Seminario arcivescovile, edificato nel Cinquecento, rimaneggiato in età neoclassica, espone opere databili dal Medioevo al Seicento: si segnalano in particolare per il Ciclo eburneo salernitano, la più importante collezione al mondo di avori intagliati risalenti all’epoca medievale, raffiguranti Scene dal Vecchio e dal Nuovo Testamento.

A Rossano (CS) il Museo diocesano e del Codex, fondato nel 1952, ha il suo fulcro nel Codex Purpureus  Rossanensis, evangeliario greco miniato (VI secolo), che raccoglie in 188 fogli di finissima pergamena purpurea i Vangeli di Matteo e Marco ed è arricchito da 15 splendide miniature: il 9 Ottobre 2015 è stato riconosciuto Patrimonio dell’Umanità e inserito nelle liste Unesco.

A Reggio Calabria il Museo diocesano “Mons. Aurelio Sorrentino”, inaugurato nel 2010 nel Palazzo arcivescovile adiacente alla Cattedrale, espone il quattrocentesco Bacolo pastorale di mons. Antonio de Ricci, in argento e smalti (scuola napoletana); un Crocifisso in avorio (seguace di Alessandro Algardi, sec. XVIII); la Resurrezione di Lazzaro attribuita al pittore napoletano Francesco De Mura (terzo decennio sec. XVIII) e l’Ostensorio raggiato in oro disegnato dal Francesco Jerace nel 1928.

Lucia Lojacono, Consiglio Direttivo Amei

 

La Casa Museo del Beato Giuseppe Puglisi di Palermo

La Casa Museo del Beato Giuseppe Puglisi ha sede in Piazzale Anita Garibaldi n. 5 a Palermo, nel quartiere Brancaccio. La funzione originaria dell’appartamento era quello di civile abitazione della Famiglia Puglisi. In questo appartamento Padre Pino Puglisi visse dal 1969 al 1982 con entrambi i genitori, per ritornarci nel 1986. Dal 1987 al 1992 rimase ad abitare la casa soltanto col padre, a causa della perdita della madre; nel 1992 egli perse il padre e qui visse da solo sino al giorno del suo martirio. La casa, tappa fondamentale di un percorso di conoscenza del Beato, custodisce al suo interno libri, mobili, oggetti, indumenti e paramenti liturgici a lui appartenuti ed ai suoi genitori. La Casa del Beato rappresenta il coronamento dell’impegno ultraventennale del Centro di Accoglienza Padre Nostro, fondato dallo stesso Padre Puglisi, per trasformare Piazzale Anita Garibaldi da “posteggio per automobili” a luogo-simbolo dei valori universali incarnati dal Beato. Le opere presenti in Piazza Anita Garibaldi: una statua lignea raffigurante Padre Puglisi, un medaglione in bronzo posto nel luogo in cui venne ritrovato il suo corpo il giorno della sua morte, e la Casa Museo, vanno intesi come strumenti che, nella loro forma artistica, narrano, diffondono e testimoniano la vita e l’azione pastorale, culturale e sociale di un martire. Questi passi compiuti hanno condotto il 25 maggio del 2014, nel primo anniversario della sua beatificazione, ad inaugurare l’appartamento nel quale egli visse. La Casa Museo nasce infatti con la finalità di restituire alla cittadinanza un luogo di testimonianza della fede, di memoria viva e vitale, all’interno del quale Padre Puglisi possa continuare a parlare alle persone. Il recupero di questo spazio ha rappresentato per il Centro di Accoglienza Padre Nostro un modo per coniugare evangelizzazione e promozione umana, attuando una delle indicazioni del Concilio Vaticano II (1962-1965), che dedica la Gaudium et Spes al rapporto tra evangelizzazione e mondo contemporaneo, chiedendo che alla parola seguano i segni e i gesti concreti. Come è noto, il Centro di Accoglienza Padre Nostro pone in essere, da oltre 20 anni, nel quartiere Brancaccio di Palermo, la grande e difficile opera di promozione umana e sociale avviata dal suo fondatore, Padre Pino Puglisi, prete di periferia, ucciso per mano mafiosa il 15 Settembre del 1993, dinanzi alla propria abitazione e divenuto Beato il 25 Maggio del 2013. Numerose sono le attività che il Centro promuove per accompagnare singoli, scolaresche, gruppi, pellegrini, religiosi e laici, dinanzi alla porta di ingresso della Casa Museo: accoglienza; incontri finalizzati alla formazione permanente alla cittadinanza attiva e democratica; attività di studio, comunicazione, mostre ed esposizioni; attività di promozione della funzione educativa del museo. La visita della Casa Museo è dunque un’efficace, utile e valido strumento didattico ed educativo, ai fini dell’apprendimento e della conoscenza, oltre che dello sviluppo della cultura e della tutela del patrimonio storico della nostra Nazione: la Casa Museo del Beato Giuseppe Puglisi in data 18.05.2015 è stata riconosciuta “Bene di interesse antropologico e storico” da parte dell’Assessorato Regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana – Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità siciliana – Soprintendenza Beni Culturali e Ambientali di Palermo.

Maurizio Artale, Presidente del Centro di Accoglienza Padre Nostro