In quella che un tempo fu la dimora di un imperatore-intellettuale dell’antica Roma, Adriano, e che oggi è universalmente conosciuta come Castel Sant’Angelo, si snoda, tra bastioni, ipogei, ambulacri, logge, un lungo, tortuoso, impervio cammino, che, in questa stagione invernale assume i contorni di uno stream of consciousness, alla scoperta, anzi alla ricerca  di un’Arte di pensiero e spiritualità, attraverso  “Manzù. Dialoghi sulla spiritualità, con Lucio Fontana” (mostra a cura di  B. Cinelli e D. Colombo. Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, Roma  e Museo Giacomo Manzù, Ardea (Roma), 8 dicembre 2016-5 marzo 2017).

La fede nel potere della Bellezza si fa sentire con tutto il suo fascino negli ambienti con affreschi cinquecenteschi della sala di Apollo e prende vita nelle forme icastiche ed essenziali di Giacomo Manzù, lo scultore, che nonostante ami autodefinirsi “operaio”, non può comunque nascondere una sua peculiare identità di filosofo, che plasma la materia a immagine e somiglianza del mondo delle idee.

L’opera di Manzù lascia ben trapelare il “sudore” di una lunga gavetta, costellata da momenti di “crisi mistica”, sin dagli anni lombardi della gioventù, quando, lavorando per la Cappella dell’Università Cattolica (1931-1932), lo scultore matura la consapevolezza che “Timor Dei, Initium Sapientiae”, che arte è memoria e meditazione. Ciò che interessa al maestro è la Verità, che è innanzitutto Storia, rivissuta nell’instancabile lavoro di una materia, il bronzo, in cui traspare la strenua lotta della Bellezza nel tentativo di redimere una realtà segnata da esplosioni di violenza, dalla barbarie dell’irrazionale. Ben si sente il fragore di quella lotta nei bozzetti delle Porte della Basilica di San Pietro (1948-1953) e di Rotterdam (1965), che sono aperta denuncia, per riprendere le parole di Papa Roncalli, amico di Manzù, “di un’epoca percorsa e penetrata da errori radicali, straziata e sconvolta da disordini profondi”.

Per Manzù il motivo della Crocifissione è un’ossessione: l’artista medita e rimedita su quel Dio che si fa carne per la salvezza del mondo e che, ora sembra lasciarsi  risucchiare dal peso della materia, ora sembra volersene liberare per mettersi in cammino sulle strade della vita e andare incontro al soldato sgomento, all’uomo accovacciato, quasi fosse mendico di pietà, alla donna impietrita dal dolore.

Il messaggio cristiano ha una portata rivoluzionaria, che mette alla prova i Cardinali, ritratti in posa solenne, protagonisti di quel Concilio Vaticano II, che, secondo la celebre definizione di Paolo VI, è “primavera per la Chiesa di tutto il mondo”,  momento di rinascita ecumenica e risposta alla precarietà di anni tormentati, di cui il Cristo di Manzù si fa carico, deformandosi e riducendosi a scheletro, quasi a voler evocare la greve ombra della Storia, i mostruosi fantasmi del Tempo: le guerre mondiali….Auschwitz, Hiroshima….. il “partigiano appeso, immobile” nell’aria della sera.

L’artista, pur sempre attraversato dal dubbio e dall’inquietudine, sembra talvolta volersi ritrovare nell’immagine di Cristo: dinanzi alla Maddalena, in un bassorilievo in bronzo (1955-1966), c’è un uomo seduto, ma tutt’altro che comodamente, perché improvvisamente rapito dall’attimo fugace e folgorante dell’ispirazione-trasgressione, dal desiderio odissiaco dell’”andare oltre”, un oltre, che è ineffabile.

Negli stessi anni un altro maestro, Lucio Fontana, nato per una fatale coincidenza nell’Argentina di J. L. Borges, con i bozzetti delle porte per la Fabbrica del Duomo di Milano (1952), si apre all’universo dell’Arte, quasi fosse un labirinto di simboli, allegorie, significati, labirinto, che, in occasione della mostra, rivive negli spazi del Museo Manzù di Ardea. Prende la rincorsa il cavaliere (1952), forgiato da una michelangiolesca “affettuosa fantasia”,  che sembra sfidare il fluire del Tempo, per lanciarsi nel vortice dell’Infinito.

Da arborescenze rosse, quasi per una metamorfosi, viene fuori con impeto veemente, l’immagine di un Cristo (1951) che tenta un violento strappo, anzi, per usare una parola simbolo di Fontana, un taglio  con la sua stessa natura umana, con la sua Storia. E con il gesto artistico di quel Cristo Lucio Fontana si ritrova come Giacomo Manzù a passare dal Visibile all’ Invisibile, estremi dell’Arte in quel Novecento “secolo degli estremi”.

Elisa Messina



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