“Architetti di chiese in Europa. Nove maestri dell’architettura sacra nel XX secolo”

Gli architetti che hanno progettato chiese di valore in Europa nel corso del XX secolo sono molto più numerosi di quanto comunemente si creda. Accanto a maestri come Le Corbusier e Alvar Aalto ve ne sono altri – come Jose Plecnik, Ottokar Uhl, Heinz Tesar, Boris Podrecca, Erik Bryggman, Peter Celsing, Sigurd Lewerenz, Hans van der Laan, Alvaro Siza – che hanno ideato e realizzato opere degne di ammirazione.

Abbiamo intervistato mons. Giancarlo Santi, autore del volume “Architetti di chiese in Europa. Nove maestri dell’architettura sacra nel XX secolo” edito da Vita e Pensiero, che è dedicato a questi nove architetti e alle loro chiese.

Molto diversi tra loro per cultura e linguaggi, essi hanno in comune il fatto di essere radicati in contesti culturali periferici, lontano dalle grandi città e dai Paesi, come la Germania, la Svizzera e la Francia, che sono stati al centro del Movimento Moderno in architettura. Hanno lavorato assiduamente sul tema della chiesa, considerata di rilevante importanza in architettura. Solo alcune delle loro opere sacre sono note, perciò il libro ne predispone il repertorio completo.  


Monsignor Santi, lei in questo libro indaga l’opera e la poetica di nove maestri dell’architettura sacra nel XX secolo, in Europa. Che cosa significa, anzitutto, parlare di “architettura sacra” nel Novecento?
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Nel mio piccolo libro ho parlato di architettura sacra nel Novecento in Europa, cioè mi sono dedicato a  presentare chiese cristiane e altre architetture destinate al culto. Non ho affrontato il tema in tutta la sua estensione ma ho preferito percorrere un itinerario laterale, scegliendo alcuni architetti attivi non al centro ma lungo i margini dell’Europa. Per essere più esatto ho cercato di narrare le opere (realizzate e soltanto progettate) di alcuni architetti senza ignorare le vicende degli architetti stessi dal momento che ritengo utile analizzare in modo unitario un architetto e la sua architettura, che concepisco come ricerca continua. Di tutto questo ho parlato, in forma sintetica e a modo di invito alla lettura, per alcuni motivi che passo in rassegna. L’architettura sacra europea nel Novecento, a mio parere, è una realtà di grandi dimensioni anche se ci si limita a considerarla dal punto di vista quantitativo; ho l’impressione che nel secolo scorso siano state costruite più chiese che in ogni altra epoca in conseguenza di due fatti: la intensa urbanizzazione e i danni delle guerre. Quello delle nuove chiese del Novecento è un “fenomeno” tanto ampio quanto poco conosciuto nella sua globalità. Tra l’altro questo fenomeno fa pensare che le Chiese cristiane, senza distinzioni, non si siano ritirate ma siano state attrici consapevoli e vivaci sull’intero  territorio del vecchio continente e abbiano accettato le sfide che la modernità proponeva loro, almeno in termini di presenza. In secondo luogo mi è sembrato giusto far notare che, anche lungo i margini dell’Europa, non solo nella mittel-Europa, le nuove chiese sono in molti casi opere di architettura, non semplice artigianato edile, sono state e sono ancora molto apprezzate dagli architetti come tema di progettazione (per ammissione di molti, esse costituiscono ancora “il” tema di architettura per eccellenza), a prescindere dalla loro fede personale. Attorno alle nuove chiese, ovunque in Europa,  le aspettative, dichiarate o meno, rimangono alte e, di conseguenza, non mancano né i consensi né i dissensi. Vale la pena parlare delle nuove chiese in Europa anche perché, mentre l’interesse nei loro riguardi cresce nel tempo, le informazioni che le riguardano sono ancora piuttosto limitate e sono concentrate solo su alcuni pochi casi molto famosi. Ma ci sono anche altri motivi per cui vale la pena parlare di nuove chiese europee. A me sembra importante parlarne perché in molti casi si tratta di architetture che sono frutto di lunghe ricerche (che ho cercato di documentare stilando dei semplici elenchi) e hanno molto da dire (e perciò meritano di essere ascoltate e  conosciute); ritengo che esse, nel panorama dell’architettura del Novecento, costituiscono punti di riferimento importanti in particolare sul tema cruciale del rapporto tra architettura, storia e società nella dimensione religiosa.  Infine, mi sembra che sia importante parlarne perché la storia dell’architettura del Novecento rimane ancora un cantiere aperto nel quale il capitolo dell’architettura sacra costituisce una componente essenziale, che non può mancare, come non è mancato, anche se con un ruolo diverso, in altre epoche.

Perché questi nove maestri? Può indicare un comune denominatore delle loro indagini architettoniche?

I nove maestri che ho studiato hanno numerosi elementi in comune. Sono riconosciuti dalla critica come maestri dell’architettura. Si sono espressi soprattutto ma non solo nei loro paesi di origine: Slovenia, Austria, Belgio, Olanda, Svezia, Finlandia,  Portogallo. Hanno progettato e realizzato un buon numero (in qualche caso un elevato numero) di chiese; hanno affrontato il tema in modo personale, tutti con un duplice sguardo, verso la modernità e verso la storia. Inoltre gli architetti che ho presentato velocemente si possono considerare rappresentanti di culture poste ai margini del vecchio continente ma non per questo periferiche. Hanno conosciuto e stimato ciò che avveniva in Germania, Francia, Svizzera e negli Usa, hanno ammirato i grandi maestri dell’architettura del Novecento ma, assumendone criticamente gli insegnamenti,  si sono mossi con atteggiamento libero, proponendo interpretazioni dell’architettura contemporanea del tutto originali.  Aggiungerei anche di avere notato in tutti, a prescindere dall’appartenenza confessionale. una medesima tensione verso un serio rinnovamento dei linguaggi e, ancora più a fondo, una ripresa  nell’approccio al tema chiesa oggi. Tutti, in maggioranza erano architetti laici, si sono resi conto lucidamente che l’incontro tra le rispettive Chiese e la modernità andava affrontato in modo nuovo, senza rimpianti per il passato. Nel loro caso potremmo parlare di ecumenismo culturale nel quale per ora hanno dialogato soprattutto la Chiesa cattolica e le Chiese nate dalla Riforma.

L’Europa è la base geografica di questa sua ricerca. Come si caratterizza, architettonicamente, l’Europa delle chiese, oggi? Si può parlare di una continuità con il passato?

Alla domanda risponderei positivamente. Ogni architetto e ogni architettura a suo modo, con intensità e adottando soluzioni formali diverse, si sente erede di una ricca tradizione  che intende  onorare in forma creativa e perciò con essa si misura.

Quale è l’opera più rappresentativa di Jose Plecnik?

Non mi è facile rispondere a questa domanda dal momento che Jose Plecnik non ha realizzato che un numero limitato di chiese, spesso in mezzo a difficoltà di vario genere. Plecnik ha lasciato numerosi progetti di chiese non realizzati. Comunque sia ritengo particolarmente significative le chiese dello Spirito Santo a Vienna (un’opera coraggiosa, visionaria, di rottura) e l’ampliamento della chiesa di Bogojina (di un’armonia disarmante). La chiesa nella quale Plecnik  ha potuto esprimere meglio i suoi talenti, nella quale si potrebbe identificare la sua lezione, mi sembra quella del Sacro Cuore a Praga. Ma l’opera di gran lunga più rappresentativa credo si possa considerare la stessa città di Lubiana con il cimitero di Zale (un’architettura di rara intensità). Nel progettare Lubiana Plecnik ha dato fondo alla sua capacità progettuale radicata nei suoi sentimenti profondi e mai taciuti di credente e di patriota.

Come lo studio dei progetto di Ottokar Uhl può portare a considerare il rapporto tra teologia e architettura e tra architettura e teologia ?

Ottokar Uhl mi ha molo impressionato perché, utilizzando gli strumenti che la tecnologia contemporanea offre come la prefabbricazione, si è posto lucidamente il problema di un’architettura capace di dare risposte franche ad alcuni problemi gravi e urgenti, ma non a tutti, posti oggi alla Chiesa da situazioni particolari come la mobilità, le migrazioni, le catastrofi. Per questo motivo Uhl ha infranto luoghi comuni (la chiesa come edificio durevole nel tempo) e non ha avuto timore di riprendere il tema dalle origini la chiesa come edificio, eventualmente anche provvisorio e precario, al servizio di una specifica comunità. Oggi, con papa Francesco, potremmo dire che Ottokar Uhl è stato capace di progettare chiese per “una Chiesa povera per i poveri”.

Per quanto riguarda Heinz Tesar – architetto da me molto apprezzato: come il suo essere anzitutto “artista” ha influenzato la sua produzione architettonica di chiese?

Nella progettazione delle chiese Heinz Tesar ha portato la sua sapienza nel trattare le forme, la sua sensibilità per le atmosfere, per i materiali, i colori e la luce. Mi sembra che Heinz Tesar sia stato capace, da artista, di dare alla chiesa una forma unitaria, affabile, matura.

Perché nel caso di Sigurd Lewerentz si parla di “architettura sacra radicale”?

Perché ha ripreso dalle radici il tema della chiesa. Su questo tema ha lavorato tenacemente, con una intensità unica in Europa. E’ ripartito dal tema della “casa chiesa”. E ritengo che sia riuscito nel suo intento, senza alcun cedimento ad atteggiamenti nostalgici.

Quali sono i caratteri essenziali che accomunano lo stile architettonico delle chiese di Alvaro Siza?

Alvaro Siza è un architetto contemporaneo che da una parte si misura costantemente con il contesto naturale e con il costruito storico e dall’altra non teme la sostanza della tradizione che va a cercare e ripropone nei suoi elementi essenziali. Nelle sue opere è stato capace di dare vita a edifici insieme attuali e tradizionali; inoltre, con rara sensibilità liturgica, riesce a dare il primato all’assemblea. Usa un linguaggio estremamente scarno così personale, portoghese e insieme così corrispondente alle attese della sensibilità liturgica attuale.

Monsignor Santi, ci può parlare di una chiesa europea per lei significativa come esempio, come modello?

Non credo che nel nostro tempo si possa parlare di modelli o, quanto meno, guardando dalla parte del committente, ritengo che la cosa sia  molto difficile anche se non impossibile. Personalmente, in qualche caso, parlerei di modelli potenziali. Il modello che mi è sembrato di individuare e che suggerirei di seguire da una parte riguarda il  modo di affrontare il problema dell’architettura sacra e dall’altra riguarda alcuni obiettivi da condividere.

Verso quale direzione procede il percorso dell’architettura sacra europea?

Credo che in Europa l’architettura sacra si orienti verso uno spiccato pluralismo formale e confessionale. Mi sembra inoltre che sempre più essa stia scoprendo e condividendo due dimensioni: sostenibilità, semplicità, ecumenismo. Mi sembra di capire che in Europa l’architettura sacra abbia iniziato ad incamminarsi sulla strada della radicalità, cioè che si proponga di ripartire da due semplici domande che stanno all’origine del nostro tema di architettura: che cosa è una chiesa, per chi è una chiesa. Due domande che per secoli erano state date per scontate e che oggi si ripropongono. Due domande che, tra l’altro, aiutano a superare sterili contrapposizioni e chiusure confessionali ormai prive di senso.

 

Brevi note dell’autore

Mons. Giancarlo Santi, presbitero della diocesi di Milano, laureato in architettura al Politecnico di Milano e licenziato in teologia alla Facoltà di Teologia di Milano, è stato responsabile dell’Ufficio Beni Culturali della diocesi di Milano, capo ufficio della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, responsabile dell’Ufficio Nazionale Beni Culturali della Segreteria generale della Conferenza Episcopale Italiana. Attualmente è docente all’Università Cattolica di Milano e presidente dell’AMEI (Associazione Musei Ecclesiastici Italiani).