Pochi giorni dopo che Rafael Moneo ha ricevuto il V Premio Internazionale di Architettura Sacra Frate Sole a Pavia (Italia), per la sua Chiesa del Gesù a San Sebastián in Spagna (4 ottobre 2016), a Monterrei veniva consacrata una chiesa parrocchiale a Moneterrey dedicata al Signore della Misericordia, progettata da Moneo Brock. Lo studio è diretto da Belén Moneo Feduchi e dal marito, l’architetto americano Jeffrey Brock. Attualmente lo studio Moneo Brock ha sede a Madrid e New York, e uffici associati a Monterrey e a Santo Domingo.

Belén Moneo ha collaborato nello studio del padre per sei anni (1993/99), durante i quali è stato sviluppato il progetto della cattedrale di Los Angeles (California, USA, 1996/2002). Nonostante quello della chiesa di Monterrey sia stato il loro primo progetto per un luogo di culto, è già stato ampiamente diffuso. Oltre ad essere inserito in uno spazio distinto all’interno del sito web dello studio, è stato pubblicato in riviste professionali e di tendenza come Plataforma Arquitectura, Arquitectura Viva, Metalocus, Deezen, ecc.

La chiesa sorge nella periferia meridionale di Monterrey, lungo l’autostrada nazionale di Monterrey-Santiago, all’interno di un centro commerciale situato nell’area di Valle Alto, chiamata Pueblo Serena. Con un budget di circa due milioni di dollari, l’edificio conta una superficie totale costruita di 2600 mq. Il complesso – centro commerciale e chiesa – è stato promosso dall’agenzia immobiliare locale Cañón del Huajuco. La chiesa del Signore della Misericordia può essere legata ad altri progetti di questo tipo realizzati negli ultimi anni in Messico, in particolare con la chiesa parrocchiale dedicata a San Josemaría Escrivá, a Santa Fe, a ovest di Città del Messico (Javier Sordo-Madaleno Bringas, 2005/08). Entrambi sono edifici progettati attentamente secondo un’estetica moderna, realizzati da architetti rinomati, con committenti che richiedevano una buona qualità architettonica, e si trovano in luoghi poco comuni – almeno dal punto di vista di un osservatore europeo. In tali opere si può percepire un lavoro creativo, meticoloso ed entusiasta da parte degli architetti e una riflessione profonda, ampia e diffusa a tutti gli aspetti che caratterizzano una chiesa.

Concentriamoci ora sull’edificio in questione. Il programma è quello di un centro parrocchiale classico: un luogo di culto con servizi sacramentali e aule per la catechesi. Sorgono però, a riguardo, alcune domande che generano una certa inquietudine: che cosa fa un centro parrocchiale all’interno di un centro commerciale come Pueblo Serena? L’unico modo per costruire una chiesa nel Messico di oggi è quello di collegarla a questo tipo di iniziativa commerciale, oppure semplicemente si tratta – parafrasando il detto popolare – di fare delle chiese dove vanno le persone, dal momento che le persone non vanno in chiesa? È una questione difficile da stabilire. In ogni caso, la chiesa del Signore della Misericordia appare come elemento unico in un ambiente commerciale, rimanendo in un certo senso limitato dalla griglia rigorosa che viene stabilita dall’ottimizzazione dei costi. In questo senso, appare logico che la strategia adottata dai suoi autori consista nella rimozione di parte del suo volume, in modo da creare un edificio che assume il suo status di monumento. Gli architetti giustificano questa capricciosa agitazione volumetrica – dovuta soprattutto ai lucernari – con l’intento di portare una luce diversa a ciascuna delle cappelle laterali (come ha fatto Le Corbusier a Ronchamp o Steven Holl a Seattle). Mi sembra un argomento incoerente: ma analizziamo passo dopo passo i pro e i contro del progetto.



Credits immagini: Moneo Brock Studio.



La costruzione di una nuova chiesa è sempre motivo di grande interesse, soprattutto se l’autore è un architetto che intende fare architettura. Chiunque lo abbia mai provato sa che non è così semplice come potrebbe sembrare. È evidente che non tutti gli architetti fanno architettura; solo pochi tentano e pochi – fortunati – riescono. D’altra parte, rimane indiscutibile che gli spazi per il culto abbiamo bisogno di architettura, perché l’architettura è lo strumento che facilita i fedeli ad accedere al mistero che si nasconde dietro la religione.

Ma come riesce un architetto a convocare l’architettura?, potremmo chiedere a Alberto Campo Baeza. Come ottenere – in questo caso – che l’architettura, sfuggente, risieda nello spazio che è stato concepito come punto di incontro tra Dio e gli uomini? Senza dubbio Campo Baeza sarebbe d’accordo sul fatto che, in primo luogo, è necessario lavorare con la luce, con diversi tipi di luce: la luce solida e la luce diffusa, quella riflessa e quella diretta; quella verticale, diagonale e orizzontale; la luce soave e bianca del mattino, e quella violenta e dorata del pomeriggio. E lavorare, inoltre, su tutti i suoi effetti derivati, quali la trasparenza, la retroilluminazione, l’ombra, l’oscurità, la luminosità e il colore. Credo che in questa opera gli architetti abbiano voluto seguire questa dottrina. Tale intento si percepisce chiaramente nelle risorse che hanno utilizzato per riuscire a invitare la luce – e quindi l’architettura – nella chiesa. Gli autori affermano, infatti, che la luce sia il centro di questo progetto. L’edificio desidera trasformarsi in un impluvium di luce. Tuttavia, gli architetti, non rispettando l’orientamento rituale, devono forzare gli effetti di luce, e il simbolismo finisce per apparire gratuito. Non c’è nulla di Jean Hani in questa chiesa. A mio avviso, nulla di tutto questo sarebbe avvenuto – nemmeno per quanto riguarda la possibilità di estensione nei giorni festivi – se l’edificio fosse stato rivolto verso la piazza. Nel peggiore dei casi, si sarebbe potuto collocare all’esterno un altare temporaneo, come accade nella cattedrale di Los Angeles.

Tuttavia, l’aspetto che mi sembra più preoccupante è il seguente: chiunque legga la memoria del progetto potrà verificare che le ragioni dell’edificio lasciano da parte la sua valenza religiosa: si parla di un centro educativo, di un punto di riferimento nel paesaggio, di un nodo sociale, ma difficilmente si parla del culto che si sviluppa al suo interno. L’aspetto liturgico della proposta non è espressamente previsto (o, perlomeno, non è affatto menzionato). La cosa più vicina a tutto questo è la parola “tradizione”. Dove rimane Rudolf Schwarz e tutta la discussione liturgica che ha articolato il dibattito sul sacro durante il ventesimo secolo? È ancora considerato – come ho sentito in alcuni circoli accademici – qualcosa di troppo circostanziale?

In ogni caso, il centro dello spazio di culto non è l’altare e quello che accade lì, bensì una sorta di pala d’altare sui generis (la tipica croce di luce tadaoandiana) sospesa sopra il presbiterio. A mio modo di vedere, la croce assume un protagonismo eccessivo rispetto allo spazio e completa la serie di tic caratteristici di ogni architetto che affronta per la prima volta un’opera di carattere sacro: il silenzio assoluto, la reinterpretazione del rosone e la lastra d’acqua. Allo stesso modo si sente la mancanza della necessaria centralità dell’adorazione eucaristica quando non si celebra il rito (la posizione del tabernacolo è chiaramente migliorabile) e manca un’immagine della Vergine, come se lo spazio potesse essere utilizzato per i culti di altre confessioni cristiane. Ma l’immagine della Madonna di Guadalupe – che nessuno dubiti – finirà per apparire prima o poi. Di fatti, appare già in qualche fotografia …

Tutti gli arredi sono stati progettati da Moneo Brock Studio, uno sforzo certamente lodevole, dato il risultato, poiché ha ricevuto il premio Best of Year (BoY) della rivista Interior Design Magazine (2016) nella categoria “Istituzionale”. Al contempo, sono stati commissionati interessanti pezzi iconografici a diversi artisti come Francisco Leiro (il Cristo del presbiterio), Carmen Pinart (il Signore della Misericordia) e Pedro Cuni (l’immagine di San Giovanni Paolo II).

Molto evocativo è il curioso vestibolo abitato unicamente dalla luce e dall’acqua, che risolve la connessione / disconnessione tra il centro commerciale e la cripta. Da alcuni anni, tutte le chiese messicane hanno un colombario, il cui affitto contribuisce al finanziamento e alla manutenzione dei nuovi spazi per il culto.



Credits immagini:  Fig. 01, 07, 09-10, 12 Jorge Taboada; Fig. 08. Lauro Leal Jiménez; Fig. 11, 13. Jeff Brock.



Forse uno dei migliori elogi che si possono fare a quest’opera è riconoscere il tentativo da parte degli architetti di lavorare allo stesso tempo con il riconoscibile e con la novità. Si percepisce, infatti, un equilibrio tra la ricerca di un linguaggio d’autore e il rispetto per i costumi locali. Nella chiesa si continua, ad esempio, la tradizione delle cappelle aperte, frequenti nelle missioni della Nuova Spagna, che consentono ai fedeli di seguire la cerimonia dall’esterno durante i momenti di grande affluenza. Inoltre, è bello il modo di conservare gli Olii Santi nel battistero. Vengono anche mantenute le piccole cappelle devozionali tanto amate dai fedeli messicani (sebbene chiaramente migliorabili), una grande sacrestia, una tribuna per il coro e un’acustica ben studiata. In questo senso, sono degni di nota anche il nartece aperto e il trattamento vegetale dell’atrio, il cui completamento è previsto per l’anno 2017.

Infine, un’osservazione: in questa chiesa sono già stati celebrati matrimoni. Di fatto, sembra che la chiesa sia stata progettata per consacrare i legami matrimoniali: si veda la pianta, dove, dopo un bel percorso processionale, appare disegnato il luogo degli sposi … forse questo è uno dei migliori indicatori dell’accettazione sociale di un tempio.

Esteban Fernández-Cobián, Universidade da Coruña, Spagna

 

Traduzione a cura di Francesca Daprà

 

Bibliografia

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