Nel Casentino, su un poggio laterale alla valle dell’Arno, in agro di Pratovecchio, a metà strada tra Arezzo e Firenze, in un crocevia “sacro” che vede la presenza sulle montagne circostanti del monastero di Camaldoli, dell’Abbazia di Vallombrosa e dello straordinario santuario francescano della Verna, si erge la pieve di San Pietro, anticamente tappa per i percorsi dei pellegrini diretti dal nord Europa a Roma e anche riferimento visivo, in una paesaggistica triangolazione con le torri del castello di Romena edificato su una collina antistante e oggi in parte diruto. La pieve di Romena è stata edificata nel 1152 su un preesistente edificio sacro romana da maestranze lombarde unite a muratori del posto su impulso del pievano Alberico. Reperti archeologici fanno ipotizzare che prima della romana Rumenius vi fosse un tempio etrusco (Rumine). Alcuni capitelli descrivono il periodo in cui fu realizzata come “Tempore famis”: evidentemente era un’epoca contrassegnata da carestie. Un momento di difficoltà delle comunità presenti sul territorio che scelgono di elevare un simile capolavoro come auspicio di tempi migliori, connotati da opulenza e bellezza. Nel 1678 una frana ne ha fatto crollare la facciata insieme alle prime due campate. La pieve odierna è più corta di sette metri rispetto a quella originaria (21 metri invece di 28) e la facciata è stata ricostruita in maniera dimessa e senza elementi decorativi, caratterizzata dal portale e dal rosone semicircolare. Nel 1729 un terremoto ha causato altri dissesti nel presbiterio e nel campanile, motivandone il ribassamento alla ricerca di maggiore stabilità del manufatto. La chiesa ha un impianto a tre navate, definito dalla possente sequenza delle colonne in pietra che sostengono le volte a botte e le capriate del soffitto: la dimensione dei blocchi di pietra potrebbe rimandare a una spoliazione deli resti del tempio romano preesistente. L’abside presenta una serie elegante di bifore e trifore, con loggiati di colonnette e capitelli. Della stessa eleganza, probabilmente di matrice francese che ha influenzato le maestranze lombarde, sono i capitelli delle dieci colonne monolitiche, caratterizzati da motivi fitomorfi, zoomorfi e antropomorfi. L’equilibrio armonico tra gli elementi architettonici e scultorei che compongono la chiesa appare dettato dal ricorrere del numero 7: le monofore dell’abside; le colonne di ogni navata nell’impianto originario; due volte sette le file di pietra dell’abside. Ai temi cristiani si sovrappongono simbologie pagane legate ai riti propiziatori della fecondità e del raccolto presenti dall’antichità nelle foreste casentinesi. Alcune importanti opere d’arte sono state a suo tempo spostate dalla pieve alla Propositura di Pratovecchio, dove è possibile ammirarle: un trittico smembrato, di cui si conservano la parte centrale raffigurante la Madonna con il Bambino e i Santi Pietro e Paolo e quella laterale con i Santi Giovanni Battista e Sant’Antonio Abate, di Giovanni del Biondo (1386); la Madonna in trono con il Bambino (fine XIII secolo), attribuita al Maestro di Varlungo, artista prossimo a Cimabue; la Madonna del Rosario con i quindici misteri realizzati da Francesco Mati (1589). Dante, durante l’esilio, conobbe questo luogo (era ospite dei conti Guidi nel vicino castello) e ne scrisse nella Divina Commedia (canto XXX 73-78) a proposito del falsificatore di moneta Maestro Adamo.

Ivi e’ Romena la’ dov’ io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’ io il corpo su arso lasciai

Ma s’ io vedessi qui l’ anima trista
di Guido o d’ Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.

Gabriele D’Annunzio soggiornò dal giugno all’ottobre del 1902 presso il castello di Romena dei conti Goretti de’ Flamini. Durante il soggiorno scrisse il libro III de Le Laudi, Alcyone. Nello stesso periodo anche l’attrice Eleonora Duse soggiornava in un complesso rurale adiacente la pieve e spesso saliva al castello per incontrare il poeta mentre componeva nella grande piazza d’armi. Il seguente brano è tratto dalle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi, libro III, Alcyone, I Tributarii, 51-70. La data riportata sul manoscritto autografo è: “Romena – 16 agosto 1902 – mezzanotte”

Cade la sera.Nasce
la luna dalla Verna
cruda, roseo nimbo
di tal ch’effonde pace
senza parola dire.

Pace hanno tutti i gioghi.
Si fa più dolce il lungo
dorso del Pratomagno
come se blandimento
d’amica man l’induca a sapor lento.

Su i pianori selvosi
ardon le carbonaie,
solenni fuochi di vista.
L’Arno luce fra i pioppi.

Stormire grande ad ogni
soffio, vince il corale
ploro de’ flauti alati
che la gramigna asconde.
E non s’ode altra voce.

Dai monti l’acqua corre a questa foce.

 Carlo Pozzi