Costruire il sacro crea una complicità tra il committente, l’architetto e le maestranze, un’unicità e un valore per il progetto. Un’ unica ricerca per raggiungere l’obbiettivo , che deve essere riconoscibile nell’architettura così da poter originare un intervento contemporaneo”.

Riflessioni

Iniziare un progetto è sempre un confronto e un conflitto appassionato con il foglio bianco e quando inizi a scrivere disegnando intraprendi un piacevole viaggio, dove non conosci ancora dove andrai….. , ma proprio questa incertezza genera in te passione e audacia, sogno e dormi veglia, tranquillità e meditazione. Nel progetto del sacro queste riflessioni si amplificano, facendo emergere domande con sempre meno risposte, celate nella storia dell’uomo, da ricercare attraverso le sue paure , incertezze e desiderio di conoscere quello che rappresentiamo e le ragioni per cui esistiamo.

Questa è la sacra architettura, dove la trasparenza e la luce devono essere misurate, ma intense per trovare la nostra anima, dove i materiali devono essere poveri e semplici, ma duraturi nel tempo, poiché sobrietà dell’architettura è rispetto e poi felicità.

Architetture

Pochi architetti mi hanno comunicato queste sensazioni, in Italia sicuramente Giovanni Michelucci con le sue Chiese, in particolare la chiesa della Beata Maria Vergina a Larderello (PI) con le sue vetrate continue, verticali, avvolgenti, un abbraccio di luce per i fedeli.

Saverio Muratori nella chiesa di San Giovanni al Gatano (PI), con la sua facciata semplice “romanica”, affidata alla pietra e al mattone a faccia vista.

All’estero, Alvaro Siza con la chiesa Marco de Canavezes a Matosinhos in Portogallo, un’opera studiata nel dettaglio, dalla grande porta di accesso ai tagli delle aperture, sino agli arredi liturgici per la fonte battesimale, l’ambone, l’altare e il tabernacolo.

Peter Zumthor con la Cappella di San Benedetto a Sumvitg, Graubünden nel cantone dei Grigioni in Svizzera, un’opera costruita interamente in legno, dalle forme morbide e organiche, un unico materiale che all’interno raggiunge la sua massima capacità espressiva, avvolgendo e custodendo un luogo dedicato all’ascolto e alla preghiera.

Steven Holl nella Cappella di Sant’Ignazio, Seattle – Stati Uniti, un’opera composta di ventuno pannelli di cemento realizzati fuori opera e posati a secco sulla base di calcestruzzo; all’interno la luce naturale e quella artificiale dialogano felicemente in un sistema soffuso e diffuso per far risaltare lo spazio attraverso i diversi colori.

La mia architettura

Ogni architettura , ogni allestimento è una parte di te. Una volta concluso, lo abbandoni, non lo vai più a trovare, perché ti appartiene e non lo vuoi perdere. 

Museo della Cattedrale

Il Museo della Cattedrale di San Martino è situato nel centro storico di Lucca vicino alla omonima Cattedrale e si affaccia direttamente su Piazza Antelminelli. Il complesso edilizio oggetto del recupero presentava caratteristiche molto eterogenee: era composto infatti da una casa torre duecentesca, da una chiesa cinquecentesca, resto di un più ampio complesso conventuale, e da un corpo di origine trecentesca, sede dell’Opera del Duomo già prima della definitiva destinazione museale. La tematica ispiratrice del progetto è stata quella del restauro e della conservazione delle strutture storiche, preceduta e supportata dall’attenta analisi dei corpi di fabbrica svoltasi durante le fasi di rilievo architettonico e durante la successiva campagna di saggi. E’ scaturita così una struttura espositiva organizzata in diversi piani sfalsati e in numerosi affacci interni e trasparenze che hanno consentito una comunicazione visiva diretta tra le varie sale espositive, secondo un’unica sequenza ininterrotta. Tale struttura singolare è stata la necessaria conseguenza dell’adeguamento funzionale di un complesso di edifici diversi per destinazione, periodo storico ed estensione volumetrica: il progetto ha cercato di muoversi nel rispetto delle singole caratteristiche dei vari corpi di fabbrica e, parallelamente, ha sovrapposto a questi un intervento omogeneo, teso a realizzare un percorso museale coerente e unitario in ambienti anche molto diversi. Attraverso una serie di trasparenze architettoniche è infatti possibile continuare a leggere le diverse stratificazioni venute alla luce durante i lavori: così il museo, oltre che contenitore, è diventato esso stesso elemento oggetto di esposizione. Il tema della trasparenza è riproposto nei collegamenti tra i vari livelli espositivi configurati in modo da consentire una completa lettura verticale dell’edificio: tali connessioni sono ottenute sia con scale e passerelle – in grigliati di ferro e pavimentazione in pietra di Matraia – sia con un ascensore in vetro completamente trasparente. Per l’allestimento sono state ideate vetrine in funzione di ogni singolo oggetto da esporre: vetrine con struttura in ferro e cornice di legno in pero rosato per gli argenti e gli ori, e con cornice di cipresso per i tessuti. Per le opere di scultura sono stati disegnati appositi supporti metallici. Il restauro del Museo della Cattedrale si è concluso nel disegno dei vari arredi necessari ad assicurare la completa funzionalità dell’opera.

Museo della Beata M. D. Brun Barbantini

Il piccolo museo della Beata Brun Barbantini, situato nel centro storico di Lucca, è allestito in alcuni ambienti interni ubicati nella sede originaria delle oblate. L’elemento conduttore del processo creativo è stato il totale rispetto dei luoghi ed il restauro e la conservazione di tutti gli elementi costitutivi. Da qui l’esigenza di realizzare un progetto di allestimento delicato, che ben si inserisse nel contesto ambientale storico e che ben si adeguasse alla tipologia del contenuto espositivo. In tale ottica sono state ideate vetrine con struttura portante in ferro verniciato color crema, con rifinitura in legno di cipresso femmina e con tamponamento in vetro tipo “visarm”. E’ stata privilegiata la struttura in ferro, perché ha permesso la creazione di vetrine con sezioni portanti molto esili che sono state poi unite al legno, così da ottenere un raffinato effetto architettonico. La parte posteriore delle vetrine è stata chiusa con pannelli in multistrato posti all’interno degli espositori che sono stati rivestiti con un tessuto in lino grezzo. In tal modo si è concretizzato un intervento che, attraverso la semplicità e la sobria purezza delle forme, richiama il concetto di quanto esposto e lo ripropone attraverso l’uso dei colori delicati e delle sottili vibrazioni cromatiche-chiaroscurali, evidenziate dalle irregolari inclinazioni delle vetrine. Gli oggetti esposti sono prevalentemente beni personali della Beata Maria Domenica Brun Barbantini e l’ordinamento delle opere scelto è di tipo cronologico, così da consentire un più chiara lettura tematica.

Allestimento presbiterio della chiesa di San Giovanni

La chiesa di S.Giovanni Battista, sede della omonima parrocchia, si trova a Fiorenzuola, un piccolo centro montano in provincia di Firenze. L’ edificio sacro è stato inaugurato nel 1966 e fu frutto della collaborazione tra Carlo Scarpa e Edoardo Detti. L’ideazione di un intervento di adeguamento funzionale alle moderne esigenze liturgiche di un edificio di noto valore architettonico e testimoniale, ha determinato la necessità di un percorso progettuale leggero, sottono, capace di armonizzarsi con il contesto e di costituirne la logica evoluzione temporale. Il progetto ha infatti concepito il restauro e l’allestimento del presbiterio nell’intento di comporre le istanze della committenza e le necessità imprescindibili di valorizzazione e rispetto di un’architettura così significativa e importante. L’intervento si è articolato su due distinti piani di lavoro: la disposizione dell’altare e della mensa nella posizione del progetto originario, con l’obiettivo di riproporre la prima idea di Scarpa; la realizzazione di un nuovo altare nell’area presbiterale per adattarsi alle attuali esigenze espresse dalla committenza, unita al disegno di nuovi arredi (ambone, sedia del presidente, stalli del coro). Gli interventi si sono sviluppati ed articolati in linea con le preesistenze, conformandosi ad esse per materiali, finiture e soluzioni formali. L’utilizzo di piatti di ferro bruniti, ha legato il tutto in un unico insieme coerente che si è posto in dialogo e continuità con l’altare di Scarpa.

Chiostro nel monastero di clausura

Il nuovo chiostro si trova a Lucca nel quartiere dell’Arancio, all’interno del Monastero di S.Gemma Galgani, poco distante dalla cinta muraria del centro storico. Il manufatto è stato realizzato sul confine est della proprietà del monastero con la duplice funzione di barriera visiva e di luogo di meditazione. Grazie al nuovo chiostro è stata assicurata alle suore la necessaria indipendenza dalle costruzioni circostanti, essenziale per poter svolgere liberamente le varie attività all’interno della proprietà monasteriale. Dal punto di vista formale il progetto è nato dalla lettura dell’”architettura del muro”, posto a segnare, con i grandi archi semicircolari, il limite del nuovo intervento. L’andamento planimetrico dell’opera segue fedelmente il confine di proprietà, ed instaura un rapporto ideale con la cinta muraria cittadina, sia per motivi di ordine funzionale che di ordine strettamente materico. La semplicità della vita monastica viene richiamata dall’intero progetto, ma in particolare emerge dalle scelte formali e materiche: il ritmo dei grandi archi scorre lento, continuo e silenzioso; i materiali naturali e non trattati sottolineano la vicinanza delle suore all’essenzialità della vita terrena e insieme rimandano alla ricchezza della vita spirituale. Il mattone a faccia vista, del tipo fatto a mano è il materiale scelto per la struttura portante, un materiale “povero” ed a stretto contatto con la natura come il legno di castagno asciato e sbucciato, utilizzato per la struttura di copertura. L’opera, per la scelta dei materiali e per le caratteristiche formali, si ricollega inoltre all’architettura funzionale toscana, a cui ha attinto per arricchire dal punto di vista semantico la propria struttura compositiva: il nuovo volume può così essere letto sia come edificio da percorrere, sia come percorso da costruire, nesso a-temporale, insieme spirituale e concreto. Il progetto è stato completato nel 2007 con la realizzazione di un piccolo ossario “ muro della memoria”, conclusione ultima del percorso di preghiera.

Casa d’accoglienza per i pellegrini

La nuova casa d’accoglienza per i pellegrini si trova a Lucca nel quartiere dell’Arancio, all’interno del Monastero di S.Gemma Galgani, poco distante dalla cinta muraria del centro storico. L’edificio è nato in sostituzione dei fabbricati preesistenti sorti spontaneamente negli anni cinquanta senza un progetto complessivo e posti all’interno della proprietà del convento; il complesso è stato progettato per poter offrire un luogo di soggiorno e preghiera ai fedeli, nell’attesa di accedere al Santuario vero e proprio. La forma del fabbricato ripropone il tema del percorso di purificazione, il cammino verso una meta sacra. Un chiostro circonda l’edificio che si snoda attorno al giardino interno fino a culminare nel corpo centrale, dove si trova la cappella. Il percorso immaginario e fisico del portico, guida il pellegrino dalle stanze per il riposo poste a sud, fino al luogo della preghiera che si erge al centro, alto, a dominare l’intero complesso. La cappella, inserita nel gioco serrato dei rapporti volumetrici fra pieni e vuoti, raggiunge il suo compimento in sommità, dove la scritta “Chi veramente ama volentieri soffre – S.Gemma 20 luglio 1900”, completa il valore espressivo e funzionale del fabbricato. Le aperture sono volutamente poche, studiate, ciascuna per consentire vedute di sprazzi di esterni, per celare ai pellegrini l’interno del monastero e tutelare la clausura delle monache. I materiali scelti stabiliscono un rapporto cromatico e materico con quelli del Santuario, ma se ne distaccano per il diverso trattamento. L’edificio nuovo è così riconoscibile sia nella sua individualità che nel suo legame con le preesistenze. Il rame naturale della copertura richiama il rame ossidato della cupola; l’intonaco a grana grossa richiama l’intonaco liscio delle pareti del santuario; il colore tabacco spicca contro la grande mole crema del monastero. Gli infissi sono in ferro, verniciati come l’intonaco, e tutti i soffitti sono rifiniti con controsoffitti in legno di acero. L’edificio, come confine tra ciò che è pubblico e ciò che è privato e clausura, ha due ingressi: uno, a cui si accede direttamente da via di Tiglio, per i pellegrini, ed uno, sul retro, che mette in comunicazione diretta il nuovo complesso con il giardino privato delle monache. Dall’esterno, l’edificio protegge la propria interiorità attraverso un muro continuo che termina piegandosi nella copertura di rame.

Chiesa di San Giacomo

Il complesso parrocchiale di S.Giacomo a Foligno si inserisce in un’area al limite tra il costruito e il non-costruito, in una zona di confine che a seguito della realizzazione della viabilità prevista, si configurerà come vera e propria ”porta” della città. Il progetto accoglie il messaggio espresso dal luogo realizzando un’architettura unitaria con due fronti, dove l’ingresso della chiesa è verso la Foligno moderna e l’ingresso del chiostro si apre alla nuova viabilità di Piano. Il nuovo complesso architettonico vuole essere un segno riconoscibile sia per la forma che per la presenza del campanile, punto di riferimento e di continuità tra la città antica, la città moderna e il paesaggio agricolo. Tutti i luoghi del progetto si articolano intorno al chiostro, pausa del costruito e luogo di riflessione e di accoglienza, circondato da un porticato al piano terreno e da un camminamento al primo livello, che garantiscono l’unità e la compenetrazione di spazi ed attività. Una grande vetrata interna, lo arricchisce di vibrazioni chiaroscurali e lo trasforma in uno spazio di trasparenza e di luce, in contrapposizione simbolica con l’esterno, luogo di dense masse murarie. Al piano terra sono ubicate le aule didattiche e la sacrestia con accesso diretto dal chiostro, al primo piano la canonica, la sala polivalente e i locali per l’accoglienza. A est del chiostro si trova la chiesa, ad aula unica, le cui pareti perimetrali si muovono per accogliere le diverse funzioni, mentre ad ovest si trova la sala per le assemblee. La chiesa è pensata come un luogo unitario e di raccolta per i fedeli sia per la forma in pianta che per le suggestioni ottenute con l’utilizzo dei materiali e delle trasparenze luminose. Il disegno semplice dell’aula è ritmato da forme lineari che definiscono, in modo geometrico ma con segno libero, le pareti esterne a ricordare gli altari minori delle cattedrali. La scelta materica risponde ad esigenze funzionali, sostanziali e formali; i materiali vogliono essere semplici e “poveri” alla vista, ma solenni nella massa muraria. Solo verso l’alto l’edificio si smaterializza trasformandosi in una vetrata continua che rende quasi evanescente la soprastante copertura in acciaio corten.

Studiolo di Madre Paola – luogo di preghiera e di studio

Il progetto per la solitudine concepito per l’iniziativa “Lonely Living”alla Biennale di Architettura di Venezia del 2002, è stato dedicato allo studiolo di Madre Paola, suora di clausura del Monastero delle Monache Claustrali Passioniste di S.Gemma a Lucca. La scelta è nata dalla particolare tipologia di solitudine che le suore ricercano, viva e importante non solo per loro stesse, ma principalmente per coloro che vi si avvicinano. Le forme proposte dal progetto, sia interne che esterne, sono state ideate in modo plastico, volumetrico e asimmetrico. Comunicano all’esterno gli incastri leggibili in pianta, una pianta che vuole stimolare il pensiero e la preziosa ricchezza della vita interiore, sia nelle forme che nella ricerca delle trasparenze. Le pareti si piegano ad accogliere ed esprimere entrambe le esigenze del corpo e dello spirito, a scandire la vita quotidiana nei suoi tre principali momenti di raccoglimento individuale: il riposo, la preghiera, lo studio. Come incastri dell’anima, le varie parti celano ed esaltano al tempo stesso la propria differenza, mantenendo il continuo dialogo armonico con il tutto. Aprendosi, piegandosi e chiudendosi al mondo esterno, interpretano in chiave spaziale e simbolica il duplice valore dell’isolamento monastico: un ritiro che prende significato e compimento nell’aiuto del prossimo, nell’incontro con il mondo esterno. Nel progetto, per completare l’espressione di totale e serena armonia con la vita, è stato inserito un piccolo orto, altro luogo indispensabile nella quotidianità monastica. La luce, pensata attraverso la copertura, entra nello spazio tramite dei sapienti tagli asimmetrici e scandisce i principali momenti della vita claustrale. Nelle pareti verticali le aperture sono schermate con lo stesso materiale di costruzione per rendere ancora più intimo e separato l’interno dall’esterno. Lo studiolo è stato così concepito come un progetto astratto, con una duplice valenza di spazio fisico e di icona atemporale.

Conclusioni

Poche righe per molte sensazioni, un racconto di ricordi, visioni e formazione culturale e religiosa acquisita attraverso non solo il mestiere di architetto, ma attraverso un viaggio nella memoria di quando ero bambino e dell’uomo di oggi : la conoscenza di quando appartieni ad una comunità e all’architettura che viene dedicata prima al Signore e dopo ai fedeli.