Il Museo Diocesano di Faenza (1944-1970), occupa un’importante porzione del piano nobile del Palazzo Episcopale la cui origine risale al XII secolo. Da poco è stato ultimato un primo ma ancora parziale intervento di restauro e allestimento curato dall’architetto Giorgio Gualdrini che, assieme alle opere da esporre, ha voluto valorizzare le importanti testimonianze architettoniche e decorative di età romanico-gotica in gran parte rinvenute durante i lavori. 

Lo spazio più prestigioso del Museo Diocesano, che comprende anche la Loggia del card. Monterenzi, la Sala del Trono e il settecentesco oratorio di Sant’Apollinare, è la medievale Sala degli affreschi. Al suo interno sono affiorati lacerti di esafore duecentesche e il pavimento soprelevato in cotto del XVI secolo che, riposizionato com’era e dov’era, l’architetto ha voluto ritagliare in forma di penisola per permettere la visione delle riemerse pitture sottoquota. Esse vanno ora ad aggiungersi agli importanti affreschi trecenteschi scopertio nell’immediato dopoguerra: “Le quattro sante”, “Il Trionfo della morte”, “L’incontro dei tre vivi e dei tre morti” e “Il Giudizio finale”. Coevi dei dipinti di Buffalmacco nel Camposanto di Pisa (1330-1340) questi dipinti parietali sono da collocarsi nell’alveo della diffusione in Emilia-Romagna della lezione giottesca e della cultura figurativa francese, veicolata in regione da Bertrando del Poggetto, legato papale a Bologna nel secondo decennio della cattività avignonese. La sala, allestita con misura e discrezione secondo lo stile dell’architetto Gualdrini, raccoglie opere di rilevante valore artistico: dalla cimabuesca tavola della Madonna della Celletta alle opere rinascimentali del fiorentino Biagio d’Antonio Tucci, dalle romaniche sculture in pietra calcerea al tabernacolo in pietra serena della bottega di Antonio Rossellino, dalle superstiti formelle del polittico di Santa Maria foris portam ai frammenti di una Madonna della Salute del XIII secolo e un altro di un Christus patiens della metà del Quattrocento. Scolpite nel legno e dipinte, queste sculture erano appartenute alla chiesa dei Servi di Maria. I due volti sono gli unici lacerti sopravvissuti alle distruzioni della guerra. In diverse pubblicazioni uscite dopo l’ultimazione dei lavori Giorgio Gualdrini ha voluto sottolineare che “se l’esplosione lasciò abbastanza integro il volto della Madonna così non fu per quello di Gesù scolpito da un anonimo autore quattrocentesco. Quando fu estratta dalle macerie la sua fronte apparve solcata da un’estesa piaga, il naso strappato, la palpebra sinistra e il labbro superiore incisi da due schegge. Il supplizio aggiuntivo della bomba aveva lacerato il volto del crocifisso. Dopo la guerra l’espressionismo di quel volto, già segnato dal dolente naturalismo delle botteghe nordiche, ha assunto una straordinaria profondità. Uscito dalla chiesa devastato nelle forme, il lacerto di crocifisso mai più vi rientrò forse perché la devozione richiede che l’immagine alla quale è rivolta la preghiera sia integra. Ho voluto affiancargli la testa della Madonna della Salute che, assorta, portava in origine in braccio il bambino. Questo volto sbiancato – l’antico colore affiora appena – esprime l’accoglienza di una Madre a un Figlio che, cresciuto in «sapienza, età e grazia» (Luca 2,52), morì poi sulla croce, risorgendo infine, per i credenti, il terzo giorno. Gli occhi di coloro che, per secoli, guardarono in chiesa il Crocifisso dei Servi furono soprattutto occhi devoti. Una moltitudine di occhi lo guardò con sguardo orante. Gli occhi che ora scrutano il volto di Gesù e quello di sua madre non sono più occhi necessariamente devoti. Ho peraltro notato che anche i visitatori più distratti e affrettati qui rallentano il passo e si fermano. Forse in questi lacerti di legno scolpito essi trovano qualcosa che non rintracciano altrove: lo trovano lì, in quel preciso momento, in quella precisa porzione di spazio. Le sculture distano fra loro quasi due secoli ma appaiono, ambedue, di una straordinaria modernità. Esse sembrano contemporanee a noi, figli di un secolo segnato da due guerre, da molte ingiustizie e da qualche speranza: singolare attitudine dell’arte a oltrepassare le griglie della cronologia. Ma, cosa possono avvertire i visitatori di fronte a questi due frammenti che da tempo hanno abbandonato il luogo sacro che li custodì? L’emozione di un momento? Una fugace quanto drammatica bellezza? Un senso di pietà che non dura più di qualche minuto? È vero che – scrisse don Giuseppe De Luca – «non è pietà una fiammata momentanea; per essere pietà deve essere come una vita», ma è anche vero che come il tutto si può nascondere nel frammento, così nell’attimo si può svelare l’eterno. L’aveva detto un giorno anche Gesù di Nazareth quando invitò ad ammirare la bellezza breve e provvisoria dei gigli del campo, affermando che neanche Salomone vestiva come uno di loro”.