Il complesso ospedaliero della casa di cura privata Villa Serena a Città Sant’Angelo, in provincia di Pescara, è situato in zona collinare, tra il mare e la montagna, e si estende su un’area complessiva di oltre 20 ettari, gran parte dei quali destinati a verde. L’area d’intervento è collocata di fronte all’ingresso principale della clinica. Nella struttura preesistente, costruita negli anni Sessanta su disegno di Leonardo Petruzzi, fondatore della clinica, l’obitorio era letteralmente inglobato alla cappella, risultando una sorta di appendice di quest’ultima.

Era necessario quindi ridare un’identità architettonica e funzionale a entrambi gli edifici, rendendoli completamente autonomi. Considerando la richiesta della committente Titti Petruzzi Baldassarre di non abbattere la cappella, si è proceduto con la sua ristrutturazione; l’obitorio invece è stato demolito e al suo posto è stata costruita una sala del commiato. La progettazione della piazza ha stabilito nuove gerarchie dei percorsi pedonali e carrabili. Un doppio filare di Pyrus Calleryana indica quello pedonale che collega le zone adibite a parcheggio all’ingresso della clinica; altri filari degli stessi alberi evidenziano il perimetro di appartenenza della cappella. Nella sala del commiato i tre Pinus Halepensis esistenti sono invece entrati a far parte del progetto, diventando protagonisti di un piccolo giardino segreto. Un’alta siepe lo separa dal parcheggio, proteggendolo dagli sguardi esterni.

La cappella esistente presentava dei deficit strutturali, impiantistici e funzionali (mancavano la sacrestia, il confessionale e un luogo deputato per il tabernacolo). Una volta abbattuto l’obitorio, si è consolidata la struttura portante e si è adeguato l’edificio dal punto di vista dell’efficientamento energetico. Una nuova cortina muraria in mattoni pieni con posa “a croce” ha avvolto la vecchia struttura; la nuova facciata è alta 50 cm in più rispetto alla precedente e contiene la nuova copertura in lamiera coibentata. Il volume della cappella, che ha conservato la pianta a croce greca, si presenta solido e compatto; le vecchie finestre a losanga sono state eliminate; le nuove aperture sono state ricavate all’interno dello spessore della cortina muraria (passato da 35 a 100 cm), consentendo di arretrare le porte d’ingresso. Gli infissi, in ferro e a taglio termico, riprendono il tema della croce.

All’interno, la vecchia pavimentazione in travertino è stata sostituita con pietra di Bedonia. Le travi a vista del solaio di copertura sono state inglobate in un controsoffitto in cartongesso fonoassorbente, creando un effetto ‘origami’. Il soffitto ribassato, che interessa solo tre bracci della cappella, contribuisce a dilatare visivamente lo spazio dell’aula. Nel quarto braccio il controsoffitto si alza di 70 cm, conferendo al volume cubico sottostante un senso di ascensionalità. Questo grande cubo, affiancato da due colonne in marmo, scuote e deforma lo spazio della cappella, diventandone uno degli attori principali. Oltre a costituire una sorta di fondale per l’altare centrale, cela al suo interno la sacrestia e il confessionale. Una “tenda di luce” determinata dal riverbero della luce naturale sulla parete del cubo lo avvolge, cambiando continuamente colore durante il giorno. L’illuminazione naturale avviene esclusivamente attraverso le quattro porte vetrate sulle facciate, creando un gioco di riflessi sulle pareti e sul soffitto che varia al variare delle stagioni. Un lampadario centrale e otto lampade a parete disegnate da Carlo Scarpa per Venini nel 1940 risolvono l’illuminazione artificiale.

L’immagine severa, pulita e rigorosa dell’esterno nasconde uno spazio interno capace di suscitare meraviglia. Si è voluto mantenere in risonanza due universi che appaiono lontani, l’arte e l’architettura, per creare un luogo che diventasse il punto di partenza di un compenetrarsi antico. Progettare una cappella insieme a un artista significa rimettere in discussione il progetto: il discorso diventa più ampio, più profondo, più magico. Significa fare un passo indietro per lasciare che le opere d’arte non siano semplicemente esposte, ma che interagiscano con lo spazio stesso trasformandolo in pittura e scultura. In questo progetto, la pittura è stata chiamata in aiuto dello spazio chiuso per tentare di sfondarlo, di dilatarlo nel paesaggio.

Ettore Spalletti è intervenuto toccando l’interno della cappella, costruendo un abbraccio e un invito al raccoglimento. Protagonista è il colore, che si muove dall’azzurro tenue al blu intenso, al verde, al rosa, all’oro e si spande dal soffitto, alle pareti, agli arredi. Un’opera d’arte totale, dove l’artista ha disegnato ogni elemento: dai quadri che lievitano sulle pareti all’altare collocato al centro dello spazio, composto da quattro blocchi di marmo bianco Sivec attraversati da due lamine di metallo dorato che restituiscono la forma della croce. E, infine, al tabernacolo, ricoperto di foglia d’oro, alla cattedra, all’ambone e all’acquasantiera, realizzati in marmo nero del Belgio, e fino all’inginocchiatoio collocato di fronte alla statua della Madonna Immacolata, avvolta in una polvere di colore azzurro. Ogni elemento entra in comunicazione con lo spazio attraverso i differenti effetti di luce assorbita e diffusa: quella naturale che penetra dalle aperture; quella emessa dalle sorgenti luminose; quella riflessa e riflettente del pavimento in pietra scura e dei marmi levigati e, infine, quella riverberata dalle opere stesse. Lo spazio della chiesa permette a tutte le opere di esprimersi compiutamente, di partecipare a una sofisticata coralità espressiva, ma al contempo mantenere inalterata la propria personalissima voce.

La sala del commiato costituisce l’elemento che ridisegna lo spazio e traccia le linee principali della nuova piazza. Entrando, il primo ambiente, la sala d’attesa, assume le sembianze di uno spazio domestico, un salotto: un divano, sedie e tavolini arredano l’ambiente. La grande vetrata permette un ultimo sguardo sul mondo esterno: con i medici che ti accolgono, con chi arriva lì per il tuo stesso motivo. I pini e la siepe che delimitano il giardino segreto entrano a far parte del paesaggio interno. Allo spazio della sala d’attesa si contrappone lo spazio completamente introverso delle cinque stanze per la veglia: tutte di colore azzurro, tranne una, di colore bianco, una stanza laica. Le cinque celle che si affacciano sul corridoio sono come finestre che si aprono su un luogo sconosciuto e profondo, immerso nel colore. In ogni stanza, una piccola sfera, come una luna, emette una luce soffusa che rileva ogni respiro. La luce naturale penetra dalle cinque finestre poste in asse con i catafalchi; le lampade a soffitto delle stanze sono state prodotte dalla Wiener Werkstätte nel 1903-195, le lampade del corridoio sono state disegnate da Otto Wagner nel 1895-1899, mentre le lampade a parete della sala d’aspetto sono di Josef Hoffmann disegnate nel 1903. L’architettura per me significa accoglienza. I cimiteri, come pure gli obitori, sono fatti per i vivi; la giustificata esigenza di essenzialità è spesso confusa con lo squallore. Progettare una Sala del Commiato significa costruire un luogo in grado di sostenere e aiutare le persone nella loro angoscia e di rispettare pienamente la memoria dei morti.

Patrizia Leonelli

Nel mio lavoro c’è sempre il desiderio di offrire uno spazio in cui stare bene, in cui sentirti avvolto e in qualche modo protetto. Il valore più importante per me è quello del dono. Trovare in sè stessi qualcosa da offrire. Quello che il lavoro restituisce devi prima trovarlo dentro di te. Solo dopo provi a restituirlo. Quando mi è stato chiesto di intervenire nella Cappella di Villa Serena ho pensato che mi veniva offerto uno spazio dedicato a tutti, perché la spiritualità è un valore universale che appartiene a tutti noi. Un luogo spirituale ti aiuta nella ricerca del benessere, come una passeggiata all’alba o al tramonto sul mare, o tra gli alberi di un bosco, quando un raggio di sole ti raggiunge, quasi a indicarti un percorso. Ricordo che da ragazzo amavo fermarmi all’ombra del platano nel giardino di casa. Vorrei cercare questa accoglienza dentro lo spazio della chiesa. Penso alla chiesa come luogo di contemplazione, un luogo dove puoi raccoglierti nella preghiera, ma puoi anche stare seduto su una panca in silenzio o a leggere una poesia. Mi interessa offrire un momento di raccoglimento che possa portare alla meditazione. È quello che, per me, cerchi dentro un quadro, qualcosa che non è leggibile in superficie”.

Ettore Spalletti



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Pubblicata il 13 aprile 2017 su www.thema.es