Segnaliamo questo interessante articolo a cura di padre Andrea Dall’Asta pubblicato dal quotidiano “Avvenire”.

Se per il mondo antico l’architettura è mimesi del firmamento celeste, la Cappella di Villa Serena insieme alla sala del commiato, realizzate da Ettore Spalletti con la moglie, l’architetto Patrizia Leonelli, (www.thema.es/ettore-spalletti-e-patrizia-leonelli-cappella-e-sala-del-commiato-di-villa-serena-citta-santangelo/)  si presentano come spazi trascendenti, assoluti, che dalle altezze cristalline del cielo discendono verso di noi, per annunciare l’irruzione del divino nella contingenza della storia.

Ci troviamo nel complesso ospedaliero della casa di cura Villa Serena, una struttura sanitaria privata a Città Sant’Angelo, provincia di Pescara, in una zona collinare vicino al mare. Come già nell’obitorio di Garches, vicino a Parigi, realizzato alla fine degli anni ‘90, Spalletti lavora in un edificio pre-esistente, costruito negli anni ‘60, riqualificando e trasformando un’architettura non particolarmente rilevante. Se l’obitorio era poi inglobato nella cappella, si è deciso di demolirlo per costruire accanto una sala del commiato, dando così nuova identità e funzionalità agli spazi. Secondo la richiesta della committente, Titti Petruzzi Baldassarre, l’edificio a croce greca, rivestito da una semplice cortina muraria in mattoni pieni con posa “a croce”, è stato completamente rinnovato, sia dal punto di vista impiantistico che strutturale. Lo spazio è stato re-inventato, riplasmato, grazie alla posa in opera di un nuovo pavimento in pietra di Bedonia, di una contro-soffittatura in cartongesso nei tre bracci che ha dilatato visivamente lo spazio, a nuovi infissi che hanno ripreso la forma della croce. Una maggiore altezza è stata riservata al quarto braccio, affiancato da colonne, di fronte all’ingresso principale, che fa da fondale all’altare, suggerendo un senso di ascensionalità.  Grande è stata la cura nella scelta dei materiali, dei colori, degli arredi, come nel felice impiego del lampadario centrale e delle otto lampade a parete disegnate da Carlo Scarpa, che risolvono l’illuminazione artificiale.

Se da un lato Patrizia Leonelli ri-progetta lo spazio, dall’altro è come se il suo intervento intendesse lasciare emergere l’universo pittorico di Spalletti nella pienezza delle sue potenzialità espressive. Non si tratta certo di arredare uno spazio, ma di creare un’articolazione, un contrappunto, una sinfonia corale in cui ogni nota diventa indispensabile alla creazione di un accordo: dai quadri monocromi che emergono misteriosi dalle pareti, al semplice tabernacolo ricoperto di foglia d’oro, dalla sede del celebrante all’ambone e all’acquasantiera in marmo nero del Belgio, dallo splendido altare, composto da quattro blocchi in marmo bianco divisi da due lamine di metallo dorato che disegnano la forma di una croce ripetuta sulla parete di fondo, dietro alla quale c’è un piccolo confessionale e una sagrestia, all’inginocchiatoio posto di fronte alla statua della Madonna Immacolata, avvolta in una polvere di colore azzurro. Nello spazio, ogni elemento si fa volume carico di senso, tappa esistenziale e teologica di un percorso rivolto all’incontro col divino.

Se intendiamo con il termine “arte” quanto più suggerisce il senso di una trascendenza che invita al raccoglimento e alla preghiera, Spalletti crea un’opera d’arte totale che si fonda sulla luce e sul colore. L’atmosfera si fa spazio abitato da una energia tremula, palpitante, vibrante. Spazio silente, in continuo cambiamento, rivelandosi costantemente nuovo. Vibrazioni sottili di luce si diffondono ovunque, anticipando e preannunciando la gloria paradisiaca. Se la luce non è mai statica, sempre in movimento, la cappella prende vita, respira, dando origine a colori diversi, alternando delicate tonalità azzurro tenue a impalpabili cromie che suggeriscono un blu intenso, per poi incedere e flettersi verso il verde, il rosa, fino all’oro. Il colore s’irradia dal soffitto alle pareti, agli arredi, creando un’unità spaziale di straordinaria potenza evocativa. Se lo spazio è di dimensioni ridotte, grazie alla luce, appare tuttavia immenso, infinito. L’artista appare qui compiere una sintesi perfetta delle ricerche luministiche della grande tradizione italiana, riflettendo sulla luminosità bizantina per elaborarla con la raffinata dolcezza cromatica di un Beato Angelico, unendo il rigore volumetrico di Piero della Francesca con il tonalismo lirico di Giovanni Bellini e con le indagini sui riflessi di Leonardo, fino a giungere alle contemporanee ricerche sulla luce e sul colore.

Tutto è concepito per dissolvere le articolazioni spaziali. Come nell’architettura bizantina, la diffusione della luce elimina l’ombra, per fare posto alla dolcezza e al riposo. Viviamo una sensazione di quiete, di pace, come se lo spazio fosse in sospensione, in attesa di un’imminente rivelazione. L’atmosfera appare calma, soffusa. I volumi ci avvolgono, come un manto della Vergine che nella tenerezza ci custodisce e ci accarezza. Le pareti si trasfigurano in tende di luce, in veli di contemplazione, in diaframmi di meditazione. Estetica e metafisica si fondono qui in un’unità indissolubile rivolta all’incontro col Dio della vita.

Uscendo dalla cappella, ritroviamo la stessa intensità spirituale nell’obitorio progettato da Patrizia Leonelli. Entrando, ci accoglie un primo ambiente, la sala d’attesa, accogliente, semplice, domestica. Alle pareti, una sequenza di fotografie di cieli fanno da contrappunto a una grande vetrata che comunica con l’esterno, con un piccolo giardino, un hortus conclusus, abitato da pini e circondato da una siepe. Dall’ingresso si dirama un lungo corridoio sul quale si affacciano cinque celle per la veglia: tutte di colore azzurro, per i cattolici, tranne una, bianca, una stanza laica. Discreti sono i simboli religiosi: se nelle quattro stanze è appesa una croce in ottone alla parete di fondo, in quella bianca, c’è invece un monocromo di colore rosa. Se una luce naturale penetra dalle finestre in asse con i catafalchi, una luce dolce e soffusa proviene nelle stanze da una piccola sfera prodotte dalla Wiener Werkstätte agli inizi del Novecento. A queste, si accompagnano le lampade del corridoio e quelle a parete della sala d’aspetto, disegnate dai celebri architetti austriaci Otto Wagner e Josef Hoffmann. È questo uno spazio del rispetto, dell’accoglienza, del riposo. Dell’ultimo saluto, di un addio.

Se la maggior parte delle architetture funerarie  – tranne poche eccezioni – si presentano purtroppo oggi secondo tratti d’inaccettabile squallore e di trasandatezza, qui al contrario percepiamo un’essenzialità e una cura che si propone di mettere a distanza e di superare l’angoscia di chi ha perduto il proprio caro, nella dignità e nella dolcezza. Grazie a Ettore Spalletti e a Patrizia Leonelli un frammento di cielo si fa per noi spazio di raccoglimento, di contemplazione e di preghiera, di rivelazione dell’invisibile nel visibile. Di straordinaria bellezza. Le stelle del cielo possono così farsi più vicine, per venirci incontro, abbracciandoci, per farsi messaggere di un annuncio divino che da sempre attende di essere da noi accolto e amato.

                                       Andrea Dall’Asta

Fonte: Avvenire del 13/4/2017

Per approfondimenti

Il Progetto della cappella e della sala del commiato di Ettore Spalletti e Patrizia Leonelli sul portale THEMA