La ricerca sulle Gravine di Mottola rientra nel percorso di studi che Angela Di Giorgio ha seguito con la sua tesi di laurea in Restauro Architettonico presso il Dipartimento di Architettura dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara.

Col supporto di un accurato rilievo grafico e della documentazione disponibile, la ricerca ha messo in luce la realtà di un territorio denso e ricco, segnato da decine di antiche chiese rupestri, oggi minacciate dall’abbandono e dall’oblio.

Il lavoro è stato svolto in vista di una tutela che solo la conoscenza può garantire; con l’azione conoscitiva diretta a svelare tipologie, materiali, tecniche costruttive e apparati pittorici e decorativi, spesso tanto originali e preziosi, nonostante il precario stato di conservazione, da costituire vere e proprie mirabilia.

Lungo il tragitto che dall’indagine storica porta al restauro, il lavoro ha approfondito alcune delle chiese rupestri censite e le ha indagate nel dettaglio: unica garanzia per una risposta progettuale congruente con la specificità di ogni chiesa e del suo territorio di appartenenza.

L’efficacia dell’approccio usato da Angela Di Giorgio è nell’aver fatto coincidere la storia delle chiese rupestri di Mottola con la storia di uno specifico tratto di territorio e di averne colto la irriducibile complessità e bellezza, così scrivendo un nuovo capitolo sulle sue vicende e avanzando nuove istanze di conservazione e valorizzazione del suo patrimonio residuo.

Lucia Serafini

 

Abstract

Il presente contributo porta la sintesi di uno studio condotto su trentuno chiese rupestri, sorte all’interno delle Gravine di Mottola, in provincia di Taranto.

Nel corso del tempo gli storici hanno avanzato diverse ipotesi nel definire la data in cui sono sorte o sono state occupate queste chiese. Dalla fine dell’800 alla metà del ‘900 gli studiosi ipotizzavano che le grotte fossero state occupate da monaci basiliani o anacoreti bizantini, che in fuga dalla loro terra di origine, in seguito alle persecuzioni iconoclaste dell’VIII- IX secolo, dettero vita a comunità monastiche.

Gli importanti studi guidati da Cosimo Damiano Fonseca, dagli anni ’70 ad oggi, hanno sfatato il mito degli insediamenti eremitici o esclusivamente monastici, come anche l’idea di un declassamento dei villaggi in rupe rispetto a quelli subdiali. La consuetudine di erigere o far scavare numerose chiese si diffuse verso gli ultimi secoli del primo millennio, durante il periodo della seconda dominazione bizantina. Partendo dall’analisi storica dunque, lo studio include l’analisi del contesto urbanistico e sociale del quale queste chiese sono parte integrante e preminente.

Una tappa importante del percorso di studio è stato il rilievo geometrico, che ha consentito di risalire alla tecnica di scavo delle grotte, alla forma architettonica e alla loro organizzazione spaziale in pianta, all’orientamento della gravina, e dunque alla lettura dettagliata delle trentuno chiese. Fondamentale si è rivelato l’uso del fotoraddrizzamento dei pregevoli affreschi all’interno di alcune chiese, integrato in alcuni casi dal rilievo a carboncino delle iscrizioni dedicatorie in greco e latino, e soprattutto dei graffiti, dove presenti, testimonianza materiale concreta e fondamentale del passaggio dei pellegrini nel corso del tempo, nonché di una profonda correlazione tra simbologia-liturgia-architettura-natura.

Sulla scorta di un confronto attento tra le chiese, sia riguardo all’impianto che ai particolari costruttivi e decorativi, è stato possibile mettere a sistema “varianti” e “invarianti” e redigere un abaco degli elementi che consente di riconoscere i tratti tipici dell’architettura bizantina e le caratteristiche che suggellano il passaggio dal rito bizantino a quello latino.

Di grande interesse e suggestione è stata la verifica di fenomeni luminosi, e la presenza di ierofanie e gnomoni, legati all’orientamento e al culto del santo cui la chiesa è volta per volta dedicata, tangibile manifestazione del divino interconnessa all’architettura.

Diversità di forma e dei fronti di chiusura, variabilità di orientamento dell’affaccio, elevata capacità termica che attenua caldo e freddo, la presenza della porta come unica apertura, fonte di luce e ventilazione, e l’inclinazione della soglia per l’incidenza del sole, sono i caratteri spaziali e microclimatici che fanno di queste chiese perfetti archetipi bioclimatici.

Da sempre meta di pellegrini da e per l’Oriente, verso Roma o Santiago de Compostela, le chiese rupestri di Mottola sono a tutt’oggi una straordinaria testimonianza di cultura religiosa e non solo: un museo sparso sul territorio, oggi in grave stato di abbandono, meritevole di attenzione e tutela, non solo riguardo ai singoli episodi ma anche alla struttura ambientale che per secoli ha fatto loro da supporto.

Sulla scorta dei dati emersi dalla ricerca, obiettivo del presente studio è dunque quello di delineare un programma di recupero e valorizzazione che porti alla riscoperta, manutenzione e riqualificazione dei tracciati dei pellegrini, dalla Via Consolare alla Via Appia, come delle scalinate d’accesso che collegano le sette gravine della città. La creazione di itinerari di visita – realizzati ad hoc con diversi gradi di difficoltà e tempo di percorrenza, dal trekking avanzato alla semplice passeggiata – potrebbe infatti seguire la rete delle chiese e proporsi come percorso critico ed esplorativo di un territorio densamente stratificato.

Per essere in buona parte ipogee, le chiese rupestri di Mottola non sono sempre fruibili. E’ per questo che il ricorso alla tecnologia più avanzata è in questo caso considerato importante per la creazione di strutture modulari temporanee da situare in prossimità di ogni gravina. Forniti di pareti ventilate e completamente specchiate, dunque ecosostenibili e di poco impatto sul territorio, questi moduli potrebbero infatti essere dotati di visori 3D e dispositivi di realtà aumentata con la fotografia immersiva, tali cioè da renderli visibili anche a chi rimane “in superficie”.

Altra questione che lo studio ha affrontato riguarda l’umidità all’interno delle chiese, dovuta alla natura calcarenitica della roccia nella quale sono state scavate e alla poca ventilazione e illuminazione. Per fronteggiare questa, l’impianto a pavimento radiante elettrico, unito a pannelli fotovoltaici o piccole pale eoliche, sembra la soluzione ottimale, anche per i noti principi della reversibilità, soprattutto se combinato a dispositivi capaci di sfruttare il magnetismo naturale.

Di natura più prettamente conservativa sono invece gli interventi proponibili sugli affreschi, sia per la loro pulitura e protezione, che per la eventuale integrazione delle parti lacunose con tecniche comunque rispettose della loro realtà figurativa e materiale.

Angela Di Giorgio

 

Università degli studi “G. D’Annunzio” Chieti – Pescara

Dipartimento di Architettura

Corso di Laurea Magistrale in Architettura a Ciclo Unico

Tesi di laurea in Restauro Architettonico

Ambito Progetto conservazione e rappresentazione

Relatore: Prof. Arch. Lucia Serafini

Tesi di Laurea di Angela Di Giorgio

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Le foto sono per gentile concessione di Angela Di Giorgio