Nel 1474 il vescovo Federico Manfredi incaricò del progetto per la nuova cattedrale Giuliano da Maiano, definito da Luca Pacioli “grandissimo domestico” di Lorenzo de’ Medici (fig.1). Tutta la composizione era dettata da una rigorosa “ratio” matematica (figg. 2-3). La fabbrica fu poi sottoposta, specie nell’area presbiterale, a diverse trasformazioni che culminarono nella messa in opera dell’altare maggiore disegnato nel 1767 da Giuseppe Pistocchi. Subito dopo il Concilio Vaticano II la presenza di questa grande struttura marmorea rese particolarmente complesso l’adeguamento liturgico secondo le nuove norme conciliari. Il Capitolo della Cattedrale decise allora di collocare la cattedra all’ultimo stadio della gradinata del manufatto pistocchiano. Il nuovo altare versus populum fu realizzato – come l’ambone – con una struttura lignea alla quale fu addossato un paliotto realizzato nel 1931 (fig. 4).

Cosciente della precarietà di questa sistemazione nel 1989 la Diocesi di Faenza promosse un “Concorso Nazionale per il riassetto del presbiterio” che mi aggiudicai proponendo la realizzazione di una piastra appoggiata sulla pavimentazione dell’aula a configurare un presbitero esteso fin sotto la cupola (fig. 5). Pur risultando reversibile, discreta e soprattutto “trasparente” la proposta di intervento non fu accolta favorevolmente da buona parte del clero faentino. Il progetto vincitore non ebbe quindi alcun esito esecutivo. Solo sul finire del 2012 il vescovo Claudio Stagni ha voluto assegnare l’incarico di un nuovo progetto all’architetto Gualdrini. Il riassetto del presbiterio avrebbe però dovuto mantenersi, senza travalicarne i confini, all’interno del suo perimetro storico.

Ispirato alla geometria compositiva che stava alla base del progetto di Giuliano da Maiano il nuovo altare versus populum ha una pianta perfettamente quadrata e un alzato le cui proporzioni derivano dalla “sezione aurea” (fig. 6-7). Un senso di misura e discrezione ha portato l’autore a incidere nel fronte una semplice e stilizzata croce le cui braccia inclinate evocano la deposizione di Gesù. Esse disegnano una curva che, abbozzando un cerchio avvolgente il fronte del presbiterio, traccia una linea obliqua sia nel cero pasquale che nel blocco dell’ambone suddiviso in due parti sovrapposte: la base che abbraccia l’ultimo gradino fra aula e presbiterio sostiene il piano sul quale le Scritture sono appoggiate per essere lette ad alta voce. La Bibbia è un grande racconto che inizia in un giardino (l’Eden) e termina in una città (la Gerusalemme celeste). I cristiani credono che fra il principio e la fine abbia fatto irruzione l’evento dell’incarnazione, della morte e della resurrezione di Gesù: una sorta di “taglio del tempo” che definisce un “prima” e un “dopo”. Questo taglio è espresso da una fenditura che solca verticalmente la base dell’ambone sulla quale stanno incise le lettere greche che simboleggiano le opposte estremità della storia: l’alfa e l’omega (figg. 8-9).

La nuova cattedra episcopale è collocata (come già avveniva da quasi cinquanta anni) all’ultimo stadio dell’altare settecentesco. Scartata l’idea di riprodurre, in altezza, l’ingombro del vecchio manufatto, il semplice schienale è stato esteso solo fino alla linea inferiore della cornice sommitale sulla quale è stato posizionato un crocifisso di scuola romana del XV secolo.

Per la scelta dei materiali da impiegare nella realizzazione dei nuovi poli liturgici sono partito dalla rilettura del Libro della Genesi. Qui è descritto il giardino di Eden “dove c’è l’oro e l’oro di quella terra è fine; qui c’è anche la resina odorosa e la pietra d’onice” (Gen. 2, 8-12). È la pietra che gli antichi chiamavano “pietra del paradiso”. L’altare, l’ambone e la cattedra sono quindi stati realizzati in onice bianca con leggere striature grigie e dorate. Ma, è corretto lasciare le incisioni vuote e cromaticamente afone, quindi prive di luce e di colore?  C’è un breve pensiero, scritto da Giosuè Boesch sui giorni della passione nel quale il monaco svizzero parla del vuoto lasciato dalla morte di quell’uomo appeso al legno: “Il vuoto di una croce, scavata nella materia. Il vuoto lascia però un’eredità: l’oro nelle ferite”. Forse quest’oro rimanda a quello “simile a terso cristallo” della Gerusalemme celeste. Gli incavi scavati nella pietra onice sono quindi stati trattati con applicazioni di foglie d’oro. Le foglie d’oro sono presenti in alcune straordinarie opere rinascimentali collocate nella cattedrale di Faenza. Le mani dello scultore le fissò sulla pietra ma non so dire se la sua sia stata una scelta puramente ornamentale. Abbinando le foglie d’oro a una piccola goccia di diaspro rosso a evocare la ferita del costato (Ap. 21,18), a me è piaciuto riprendere quel tipo di “ornamento” sapendo che dai greci questo vocabolo – oggi divenuto così leggero e privo di profondità – era espresso con il termine Kòsmos: non semplice cosmesi ma bellezza, ordine, trasparente pulitezza. Un ordine che qui ho voluto fosse accompagnato da pochi ma eloquenti segni  della fede cristiana (figg. 10-17).