Agli albori del nostro tempo infelice Hegel pronunciò la profezia terribile e difficilmente confutabile, almeno per la cultura occidentale, secondo cui non essendo la religione più il centro della vita, bensì la politica e la scienza (oggi dovremmo dire l’economia e la tecnica), nessuno avrebbe più piegato le ginocchia davanti anche alle più perfette opere di arte sacra. Sul tema scrisse nel 1953 un saggio acutissimo Edgar Wind, Religione tradizionale e arte moderna, al fine di operare un confronto serrato col magistero cattolico del tempo e in particolar modo con la Mediator Dei di Pio XII, verificando, con spirito laico ma severissimo, le potenzialità e le insufficienze del linguaggio artistico di Édouard Manet, Paul Gaugin, Henry Moore, Henri Matisse, Pablo Picasso, Georges Rouault,  Graham Sutherland, di fronte al mistero eucaristico, quale rinnovarsi incruento del sacrificio della croce. Da allora la relazione è andata a complicarsi e il rapporto arte-fede non ha generato la rinascita di una civiltà figurativa cristiana, come si era creduto e sperato. Di non poca utilità per tornare a riflettere sul tema è il recentissimo libro di Michele Beatrice Ferri Sacro contemporaneo. Dialoghi sull’arte (edizioni Ancora, 2016).

Per il pensiero interrogante dell’Autrice il colloquio non è solo il modo garbato della sua ricerca attenta e scrupolosa, ma corrisponde a una precisa posizione filosofica, rispetto al tema complesso e rischioso del rapporto tra Cattolicesimo e arte dei secoli XX e XXI. Il volume implica un’iniziale epochè, una sospensione del giudizio, per porsi in ascolto delle voci di alcuni selezionati storici, filosofi, critici, curatori e artisti, tutti italiani, al fine di far emergere dalla loro esperienza e dal loro pensiero i punti di fuga prospettici più diversi e, occorre dirlo, contraddittori. Il  centro su cui i dialoghi vengono però ordinati è ovviamente il tema difficile, insieme irrinunciabile e irrisolvibile del sacro, del trascendente, (del Totalmente Altro, dovremmo dire con Rudolf Otto e Karl Barth), cioè della sfera divina e numinosa che, irrompendo, fascinosa e tremenda, in quella feriale dello spazio e del tempo, la sconvolge e la riordina a sé. In particolar modo qui si parla del sacro cristiano che implica un più stretto vincolo tra il mondo celeste e quello terrestre, sancito dall’incarnazione del Figlio di Dio, il Logos – la Parola fondante e originaria – e dai misteri sacramentali della Salvezza, avvenuta nel mondo, tra gli uomini, nella carne e nel coinvolgimento pieno di tutti i sensi. La dimensione di debolezza e dipendenza in cui l’Altissimo si rivela, donandosi in Cristo – la tenerezza del Bambino, la pietas che sollecita l’uomo dei dolori, non toglie nulla alla maestà di questa presenza paradossale e inaudita, ma ha spinto nei secoli il linguaggio figurativo e simbolico alle più abissali e sottili interpretazioni di tale mistero. Non esiste, da un certo punto di vista, un “sacro contemporaneo” perché la sfera che pertiene al numinoso, pretende di manifestarsi, sì nel tempo e nella storia, ma svelando l’eterno, e, da un altro punto di vista il sacro è sempre e solo contemporaneo, perché pretende, a pieno diritto, di manifestarsi qui ed ora, anche quando le vie esistenziali e linguistiche sembrano precluse.

Il linguaggio dell’arte, anche quando non si riconosca in una precisa tradizione religiosa, è affine, se non contiguo, a quello del sacro: le arti esistono per svelare in modo silenzioso o eloquente, per manifestare o suggerire (a seconda dei casi, delle occasioni, dei livelli linguistici o esegetici) ciò che sfuggirebbe a una percezione feriale del mondo, rendendo visibile o suggerendolo ciò che resterebbe meno trasparente e significativo nei gesti della vita quotidiana e della storia e che viene interpretato con nuovo senso. Da questo punto di vista il tema resta solidamente attraente per la ricerca dell’artista singolo, individuale privata: le cose, tuttavia, si complicano ulteriormente quando è la sapienza cristiana a interrogare i mezzi dell’artista, ancor di più se all’artista si chiede di compiere il suo lavoro per un luogo pubblico di culto e per la funzione liturgica.  Il libro della Ferri in tal proposito ci permette di valutare esperienze molto distanti tra di loro e di diversa temperatura e levatura filosofica e teologica: tutti testi interessanti da meditare, alcuni di essi molto suggestivi, ma, a parere di chi scrive, nessuno soddisfacente per rigenerare quel rapporto vitale e fecondo tra arte e spiritualità cristiana che ha governato la vita pubblica e privata dei fedeli cattolici.  Non è questo, certo, lo scopo dell’Autrice che si è posta onestamente il compito di interrogarsi sull’essenza dell’arte, del sacro e della contemporaneità, lasciando la voce a coloro che hanno tracciato i diversi sentieri. E non è neppure che tali sentieri non si lascino percorrere o apprezzare: i segni cristologici, enigmatici e arcaici, di Mimmo Paladino sulla porta piccola di San Giovanni Rotondo, o il lavoro raffinatissimo di Andrea Mastrovito per il Giardino mediterraneo di Stefano Arienti, composto tra scritture di luce, quasi nipponiche per l’atmosfera sospesa, ma estremamente leggibili in una lingua che conosce i modi del cinema, della fotografia e del graffito. Eppure il libro nel suo domandare rinforza la consapevolezza che il dialogo tra “sacro” e “contemporaneo”, fecondo a livello individuale, benché in una sfera di lontananza dall’arte liturgica propriamente detta, resta aporetico, in senso ecclesiale, lì dove con Jacques Maritain, l’Autrice distingue l’arte a soggetto religioso dall’arte rituale e cultuale. Perché? Qualcosa di più di una congettura si schiude dal discorso che Paolo VI fece il 7 maggio 1964 agli artisti, riportata da Timothy Verdon, quando il pontefice romano chiese perdono agli artisti per la «cappa di piombo» che i canoni, gli stili, le tradizioni avevano posto sulla loro creatività vivace e zampillante. I documenti successivi, qui rigorosamente meditati da Rodolfo Papa, nel tentativo nobile di ricostituire una prassi sacrale all’arte cattolica, non si discostano troppo da tale solco. E qui si svela il nodo fondamentale (e il grande equivoco)per cui l’appello rivolto agli artisti per un dialogo con la Chiesa, finisce con l’attendere da questi ultimi (in vero inopinatamente ritenuti latori, nella loro solitudine e libertà, di chissà quale ispirazione religiosa), la parola ultima che dia senso ai luoghi di culto e ai segni della loro ritualità comune. Il fatto – si legga in proposito Pavel Florenskij, sapientemente evocato dall’Autrice – è che il canone iconografico-simbolico, non è una “cappa”, bensì una gruccia di sostegno, non un limite al pensiero e alla mano dell’artista, ma una dura disciplina che affina i talenti migliori e impedisce a quelli modesti di scendere troppo al di sotto delle qualità richieste. Se non ci fosse stato un anonimo, secolare, multiforme artigianato, non avremmo la Trinità de Rubl’ëv (il cui nome ci è pervenuto per tradizione e non  per autografia), né la convinzione di Florenskij per cui l’arte autenticamente sacra è epifanica, di-mostratrice della presenza di Dio e della sua (non della nostra) pace. Il problema va quindi ribaltato: è l’artista che necessita di luce dalla Chiesa, non viceversa; egli deve essere risvegliato dal suo autismo linguistico, e tratto fuori dalla sua solitudine inospitale. E per far ciò la Chiesa deve sapere cosa vuole, se non desidera correre il rischio di accettare operazioni di moda, a volta faraoniche e di subirne le più astruse e imbarazzanti ermeneutiche (mi sembra che il discorso di Adriano Dell’Asta vada in tal senso). Per cui, se, come desidera Elena Pontiggia, l’opera degli artisti deve ritornare in Chiesa, non quella dei dilettanti allo sbaraglio, è necessario però ragionare in senso opposto alla studiosa, ritenendo che non sia affatto impossibile ricostruire la dimensione collettiva e rituale che accompagna Duccio nella stesura della Maestà. Infatti, volgendo lo sguardo all’indietro, se è vero che gran parte dell’arte del passato era di soggetto sacro, d’altro canto non v’era forma sensibile della vita religiosa che non si manifestasse in forme artistiche, fossero esse poetiche e narrative, drammaturgiche e musicali, grafiche e architettoniche, pittoriche e scultoree, plastiche e musive. Sfera dell’arte e sfera del sacro non erano distinguibili: nel difendere il Genio del Cristianesimo, contro il secolo dell’irreligione, Chateaubriand poté fare nel 1802 appello alle sue «bellezze»; meglio ancora Marcel Proust, nell’articolo apparso il 16 agosto del 1904 su «Le Figaro», La morte delle cattedrali, cui deve essersi ispirato nel 1919 il Florenskij de Il Rito Ortodosso come sintesi delle arti, spiegò che l’arte e la bellezza sono le espressioni necessarie e connaturali della liturgia e del sacrificio eucaristico, a cui – lo insegnava il cardinale Schuster, finissimo espositore della liturgia romana e ambrosiana – proprio come per la Commedia «han posto mano e cielo e terra». Ed è questo – inutile negarlo – il problema dei problemi: il cuore di significati e sensi di cui si nutre l’arte sacra è innanzitutto nel patrimonio simbolico e liturgico che un’ansia non meditata di rinnovamento tenta continuamente e  meticolosamente di smantellare. Solo riscoprendo gli archetipi sacri del rito millenario cristiano e conformandosi ad essi, ricorrendo alla grammatica basilare, sobria, naturale ma emblematica  della luce, dell’ombra, del fuoco, dell’incenso, del suono, della parola, del gesto, del volto, del segno (non delle illuminazioni e delle strumentazioni elettriche, men che mai dell’immagine cinematografica, elettronica, digitale evocata a più riprese come mirabolante risorsa del culto), si può ricominciare ad offrire un’idea di cosa significhi compiere un’opera d’arte sacra. Nelle riflessioni di Dell’Asta, di Papa, del coltissimo fotografo Giovanni Chiaromonte si può cogliere l’invito a guardare verso le Chiese d’Oriente (non ve n’è una sola) che con umiltà millenaria rinnovano senza ripetersi, nei luoghi e nei tempi la fedeltà ai modelli consegnati loro fin dai giorni del Redentore.

Alessandro Giovanardi


9788851416843-500x500

 

Sacro contemporaneo. Dialoghi sull’arte 

a cura di Michela Beatrice Ferri

Ancora Editrice  – Collane: ArTeo 

 

Pagine: 184 
EAN: 9788851416843 

 

Brevi note dell’autore

Michela Beatrice Ferri (Treviglio, 1983), dottore di ricerca in Filosofia, è docente di Filosofia e di Estetica presso una università cattolica degli Stati Uniti d’America e insegna Filosofia, Storia e Scienze Umane in un liceo. Suoi saggi sono apparsi in riviste e in pubblicazioni scientifiche. Come giornalista collabora con diversi giornali e riviste; come saggista collabora con case editrici italiane e internazionali.