Andrea Dall’Asta SJ

Eclissi. Oltre il divorzio tra arte e chiesa 

(San Paolo edizioni, 2017)

dallasta_eclissiPer la prima volta, il nuovo libro del padre gesuita Andrea Dall’Asta compie, senza alcuna pretesa di esaustività, un’analisi dell’arte liturgica nel contesto italiano di oggi, sia negli aspetti più problematici, sia in quelli più significativi, cercando di porre le basi per un reale dialogo tra arte cultuale e mondo contemporaneo.

Il testo inizia con uno sguardo sull’arte del Novecento, vale a dire da quando l’espressione artistica, in modo particolare dalle Avanguardie di inizio secolo, percorre sentieri del tutto indipendenti rispetto a quelli ecclesiali. Da questa affermazione di autonomia, nasce lo smarrimento da parte della Chiesa di trovarsi incapace di comunicare e di testimoniare la propria fede attraverso i linguaggi della contemporaneità. Se il Novecento è segnato dalla presa di consapevolezza di questa distanza, in modo particolare dal Concilio Vaticano II, la frattura tra arte e chiesa, malgrado i numerosi appelli di papa Paolo VI o di papa Giovanni Paolo II, non sembra destinata oggi a colmarsi. Eclissi dell’arte liturgica? Forse. In ogni caso, non si tratta certo di una discussione squisitamente estetica, ma della trasmissione della fede secondo la spiritualità e la cultura di oggi, in modo che il vangelo possa animare e fecondare il tempo in cui viviamo. È questo un problema d’incarnazione.

Il testo continua con l’analisi di alcuni casi concreti di questi ultimi anni. Per l’autore, quando si considerano gli interventi contemporanei nelle nostre chiese, si resta troppo spesso costernati e delusi nel trovarci di fronte a rappresentazioni di «plastica», a pallide ombre che vorrebbero rievocare le splendide testimonianze della nostra tradizione cristiana. Tutto appare già troppo visto, troppo banalmente ripetuto, troppo stancamente scontato… Tranne alcuni casi sporadici, le opere appaiono situarsi al di fuori dei dibattiti culturali e spirituali di oggi. Di fatto, non si tratta certo di arte. Sono per lo più immagini devozionali, dalle forme artificiali che stancamente si ripetono in modo dolciastro e consolatorio. Sono prodotti in serie, immessi nei mercati di settore, come accade nelle fiere» di arte sacra, in cui le immagini sono poste in vendita quasi fossero mescolate tra i tanti oggetti-ricordo che si acquistano dopo la visita di una città turistica.

Tra le diverse espressioni figurative contemporanee prese in esame da Dall’Asta, in un’imbarazzante mediocrità delle proposte, esiste tuttavia un comune denominatore: un nostalgico sguardo rivolto al passato. A colpire è il modo con cui l’immagine liturgica sembra incapace di fare riferimento al tempo presente, per ripresentare un mondo tanto glorioso, quanto superficiale e falsamente ingenuo. Tutto sembra fare riferimento ai nuovi «neo»: «neo-bizantino», «neo-medioevale», «neo-rinascimentale», «neo-barocco», «neo-neo-classico». È come se la tradizione antica fosse «riesumata», di fronte all’incapacità di riconoscere nell’oggi il luogo in cui crescere e svilupparsi. Le immagini si presentano allora come caricature imbalsamate, goffe e stereotipate nella loro forzata ingenuità e artificiosità, o ambigue e contraddittorie, nella ripresa di un certo erotismo rinascimentale o barocco, o del tutto asettiche, nelle interpretazioni di un «francescanesimo» disincarnato. Questa «rinascita» appare ispirata più che dalla ricerca di un nuovo sguardo rivolto verso il futuro e le sue sfide, dalla nostalgia di rivivere una mitica età dell’oro, che si vorrebbe fare risorgere dalle sue ceneri. Molte chiese italiane sono letteralmente invase da questo ritorno al «neo», anche grazie al sostegno di «autorevoli» critici alla moda, veri e propri leader opinion dell’arte sacra commerciale, alla ricerca di nuovi spazi e di nuove vetrine, grazie alle quali promuovere e vendere le opere dei loro artisti.

Di fatto, alla base, sembra prevalere una sostanziale sfiducia nella capacità del vangelo di animare dall’interno la realtà attuale. È questo un atteggiamento sul quale occorre riflettere: il cristiano infatti crede fermamente nella capacità della Buona Notizia di trasformare e di fecondare le culture. La Chiesa ha sempre adottato i linguaggi del proprio tempo, purificandoli e vivificandoli secondo la fede. Attraverso queste immagini filtrano invece una sfiducia e una diffidenza verso il mondo contemporaneo. Ci si rifugia nel passato, evitando in questo modo d’interpellare e di richiamare il fedele alla responsabilità etica nella storia, a riconoscere come Dio si incarna nell’oggi. La vera immagine sacra assume invece le sofferenze e le lacerazioni del mondo, per convertirle in speranza, in fiducia, in desiderio di comunione e di fraternità. Non fa emergere alcun rimpianto per un tempo perduto.

Altre volte, continua l’autore con alcuni esempi concreti, assistiamo a un vero e proprio «fai da te» dell’immagine. Tutto appare allora all’insegna di un’improvvisazione e di un’amatorialità distruttive. Quante volte, per esempio, entrando in una splendida chiesa antica, il nostro sguardo è colpito da interventi violenti e vistosi? La bellezza dell’architettura si presenta drammaticamente ferita, violata. Chiese storiche, frutto di secoli che le hanno trasformate in veri capolavori d’arte e in splendide testimonianze di fede appaiono svilite e devastate da improbabili adeguamenti liturgici, realizzati all’insegna del cattivo gusto e del dilettantismo, da immagini brutte, prive di qualità estetica e di spessore teologico. La presenza ingombrante di qualcosa d’incongruo e d’invasivo, che non riesce a integrarsi nell’architettura, emerge allora con prepotenza come una dolorosa ferita. Da Roma a Milano, da Firenze a Napoli, da Brescia a Catania, i casi sono innumerevoli. Ci si chiede come tutto questo possa accadere, soprattutto in quegli spazi antichi, in cui gli interventi feriscono quell’armonia, frutto di secoli di storia. Dov’è finita la ricerca della bellezza di cui tanto si parla oggi?

Nella seconda parte del libro, di carattere propositivo, p. Dall’Asta commenta alcune recenti realizzazioni che cercano di suggerire qualcosa di nuovo, anche partendo dalla sua esperienza nella chiesa di San Fedele. Frutto del lavoro di cantieri espressivi, di veri e propri laboratori sperimentali in cui alcuni artisti sono stati chiamati a riflettere sui grandi temi dell’arte sacra, intendono suscitare un profondo dibattito. Malgrado siano casi troppo isolati, occorre proseguire le ricerche, andare oltre il divorzio tra arte e Chiesa, nel coraggio e nella fiducia. La fede cristiana è chiamata a incarnarsi nell’oggi, in un dialogo con la cultura e la spiritualità del proprio tempo. Come scrive papa Francesco nel n. 167 dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2013): «167. (..) Bisogna avere il coraggio di trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne per la trasmissione della Parola, le diverse forme di bellezza che si manifestano in vari ambiti culturali, e comprese quelle modalità non convenzionali di bellezza, che possono essere poco significative per gli evangelizzatori, ma che sono diventate particolarmente attraenti per gli altri». Insomma, anche se non mancano segnali positivi, la strada per un vero dibattito sull’arte liturgica appare ancora molto lunga.