La tesi di Michele Astone, sviluppata nell’ambito del Corso di Laurea in Ingegneria Edile-Architettura dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, approfondisce il tema del rapporto tra architettura sacra e città contemporanea privilegiando un’idea del progetto non monumentale ma tettonica e stereometrica, in cui il costruito risolve i problemi urbani di raccordo tra le quote della città e si propone la creazione di un sistema di luoghi collettivi, mentre l’aula, a cui si accede attraverso uno spazio basamentale scuro, diviene un luogo disegnato dalla luce. Di particolare rilevanza è il lavoro compiuto sulla copertura della chiesa, articolato sulla relazione tra struttura e forma, pensata come una scatola leggera, in acciaio, che si inserisce entro una più pesante in calcestruzzo, mediante una complessa geometria che segue il diagramma di Voronoi, dimensionato attraverso software moderni, e che consente di realizzare una luce mutevole che disegna entro l’aula geometrie dinamiche che variano nel tempo.

Francesca Bruni

Abstract

“Lo spazio è soprattutto apparizione della luce. La luce dà forma agli interni, dà forma agli esterni, fa esistere l’edificio, fa vibrare la materia, evoca e fa risuonare la misura delle cose come premessa della loro armonia. Se non c’è luce non c’è architettura, se non c’è luce non c’è spazio.[..] Lo spazio come apparizione significa la promessa di un evento, ma questa promessa di un evento è essa stessa apparizione. L’architetto deve allora riuscire a conferire allo spazio sacro la dimensione di un improvviso manifestarsi – la manifestazione di una potenzialità sperata che produca l’effetto di una sorpresa”.  (F.Purini)

Il progetto dello spazio sacro contemporaneo è interessato oggi da un vuoto teorico profondo; il ricorso ad un’architettura della spettacolarità per questi luoghi ha portato ad una dissoluzione del rapporto tra rito e spazio registrando un affrancamento dalla sacralità stessa. Il progetto parte da questo presupposto e tiene quindi conto di due temi fondamentali: il rapporto tra soggetto (territorio, città, tessuto edilizio) ed oggetto (la comunità sociale, parrocchiale) ed il tema liturgico, per essere segno dell’istanza divina in mezzo agli uomini (Nota pastorale CEI – La Progettazione di nuove chiese” 1993).  Il brano del Vangelo di Matteo in cui la vita è paragonata ad una casa che è salda solo se fondata sulla roccia che è Cristo (Mat 7, 24–27), è il principio ispiratore dell’intero progetto che presenta la chiesa come un volume incassato in un basamento: la casa della comunità che poggia quindi su quella che simbolicamente è roccia.

Al volume cubico, puro, massivo e privo di aperture se ne contrappone un altro completamente vetrato e leggero. Essi si configurano come la casa di pietra e quella di vetro in cui il volume chiuso corrispondente alla chiesa rappresenta la sede del rifugio e dell’intimità ed il volume trasparente corrispondente alla sede delle attività parrocchiali rappresenta la volontà di aprirsi all’esterno, simbolo di una Chiesa che non può improntare la sua azione pastorale senza guardare al territorio. Dal punto di vista tipologico si privilegia un impianto centrale di organizzazione dell’aula secondo le indicazioni derivanti dal Concilio Vaticano II relative alla formazione di uno spazio che sancisce l’unione nella mensa tra celebrate e assemblea attraverso il rito del versus populum. Ma è la luce a diventare a pieno titolo polo liturgico ed elemento principale. Dio non si impone all’uomo, è l’uomo a sceglierlo, entrando in sé stesso può vederlo. Se è vero che la chiesa “casa di pietra” è sede dell’intimità, metaforicamente il fedele entra in sè stesso e viene sorpreso da questa luce mutevole. Bisogna scegliere di entrare nella chiesa per essere sorpresi dalla luce.

Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (Gio 1, 5-7).

Il progetto

L’area di intervento comprende un lotto d’angolo entro un contesto densamente costruito che presenta un salto di quota di 4,50 m. Ciò ha suggerito l’utilizzo di un volume perimetrale di altezza variabile che facesse al contempo da spazio urbano collettivo e da basamento ad uno spazio sacro più intimo sviluppato al suo interno.  Entro questo muro perimetrale, un grande taglio e l’alto campanile che ruota su se stesso come un foglio, invitano ad entrare al di sotto del basamento mediante una stessa pavimentazione che unisce spazi interni ed esterni, spazi coperti e scoperti.  La chiesa si configura come un volume cubico bianco e senza bucature incassato nel basamento. La pianta quadrata ha suggerito un impianto centrale con la mensa come baricentro geometrico e liturgico.



I poli sono allineati lungo l’asse fonte – mensa – ambone a ricordare il percorso di vita del cristiano Battesimo – Eucarestia – Resurrezione (simboleggiata dal cero che accompagna l’ambone). Alla scatola di calcestruzzo se ne contrappone una di acciaio al suo interno la quale diventa l’elemento che dà qualità allo spazio. Le sue aste seguono il diagramma di Voronoi che permette di avere effetti di luce differenti durante l’arco della giornata e delle stagioni. Nei mesi invernali la luce non arriva a terra e fluisce lungo le pareti del cubo esterno in calcestruzzo a faccia vista favorendo un clima meditativo. Nei mesi estivi invece invade lo spazio creando dei continui giochi di luce ed ombra con l’arredo. La complessa geometria e la luce mutevole contribuiscono a dare al fedele un effetto sorpresa rispetto all’immagine muta che si ha dall’esterno. Gli interspazi tra le due scatole segnano i percorsi perimetrali dell’impianto: in due di essi si trova una selva d’aste che sostengono il cubo interno, le quali conferiscono una certa drammaticità allo spazio percorso, mentre negli altri due l’assenza di aste dà la sensazione di sospensione del cubo. La distanza della scatola interna da terra è di 2,10 m. Questo comporta per chi entra nella chiesa, la sensazione di una compressione dello spazio che muta completamente nell’andare verso il centro con un’improvvisa dilatazione fino ad un’altezza di circa 16 m.

Michele Astone

Corso di Laurea Magistrale in Ingegneria Edile-Architettura

Università degli Studi di Napoli Federico II

Relatori Prof.Arch. Francesca Bruni, Arch. Giovanni Zucchi – Composizione Architettonica e Urbana

Correlatori Prof.Ing. Elena Mele, Ing. Valentina Tomei – Tecnica delle Costruzioni



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