Il 1955 fu un anno fortunato per l’architettura religiosa. In quell’anno vedono la luce, con altre importanti opere, la celebre bianca cappella di Le Corbusier a Ronchamp e la chiesa di S. Lorenzo di Emil Steffann a Monaco di Baviera, emblema dell’architettura liturgica.
Dall’altra parte dell’Oceano viene inaugurata la cappella ecumenica voluta per la multietnica e multireligiosa comunità universitaria del Campus del Massachusetts Institute of Technology di Cambridge, un’altra icona della cosiddetta architettura sacra. Eero Saarinen, architetto e designer, è l’autore della cappella che dialoga in una radura con l’ancor più noto Auditorium Kresge.

Si tratta di un monumento alla luce; una architettura costruita intorno alla luce.
Quale luce? Due fonti si giustappongono ma non convergono in un pieno di luce.

Sull’ondulato perimetro una sorta di chiarore è generato dalla luce solare che si riflette nello specchio d’acqua da cui sorge il cilindrico volume della cappella. In questo spazio magistralmente prende corpo il monito di Louis Kahn: “Anche uno spazio che si intende resti oscuro, dovrebbe avere appena un po’ di luce proveniente da qualche misteriosa apertura, per dirci quanto oscuro sia in realtà.
L’autore ricordava che l’ispirazione proveniva dal ricordo di una notte trascorsa tra le montagne nei pressi dell’antica Sparta. Si trattava della qualità avvolgente e indefinita della luce della luna, il tipo di luce che rimandava all’idea di un’altra realtà.
Nella cappella del MIT questa luce entra in dialogo con la luce zenitale che piove sopra l’altare, veicolata e drammatizzata da una aerea scultura metallica. Alla tenue luce che dal basso sale sull’ondeggiante e ruvido muro interno, si giustappone quindi una scintillante apparizione che materializza nello spazio la verticale tra terra e cielo.

Eero Saarinen, figlio di Eliel, noto architetto e direttore della Cranbrook Academy of Arts, e di Louis “Loja” Gesellius, un’artista del tessuto, era di origine finlandese.
Theodore Roszak, l’autore della scultura che si erge dalla cappella, era di origine prussiana.
Il Floating screen, la cascata di luce sull’altare è opera di Harry Bertoia, designer e scultore.
A 15 anni Arieto, friulano di San Lorenzo di Arzene, parte con il fratello per Detroit dove prende il nome di Harry, l’autore di non poche icone del design internazionale. Anch’egli un emigrato.
Si potrebbe convenire che la cappella del MIT non solo è un monumento alla luce ma anche all’emigrazione.

Giorgio Della Longa, architetto


Fotoreportage a cura di Enzo Santeusanio

 


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Pubblicato il 25 maggio 2017 su www.thema.es